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VITTADINI/ 3. Oltre clientele e statalismo per salvare la Sardegna…

GIORGIO LA SPISA interviene nel dibattito lanciato da Giorgio Vittadini spiegando come anche la Sardegna sia paralizzata da una classe dirigente incapace di guardare al bene comune

Giorgio La Spisa, vicepresidente della Regione Sardegna Giorgio La Spisa, vicepresidente della Regione Sardegna

Guardo la politica da un punto di osservazione fisicamente e geograficamente diverso da quello di Mario Mauro o di Giorgio Vittadini. Faccio l'assessore della programmazione e del bilancio di una regione che tutti definiscono come un'isola bellissima ma piena di guai, operosa ma arretrata, desiderata per il mare ma guardata con sospetto per l'economia. La mia trincea è quindi diversa dalla loro. Ma penso che ciò che descrivono corrisponda anche alla realtà economica, sociale e politica della Sardegna.

Anche noi corriamo il rischio di essere inghiottiti dalle sabbie mobili della recessione. Ed il vero motivo, che i più si ostinano a non riconoscere, è che lo Stato e la Regione hanno da sempre ceduto alle convulsioni della piazza, all'opportunismo dei partiti, dei sindacati e degli imprenditori, piuttosto che alle vere esigenze della nostra terra. Le forze politiche di maggioranza e di opposizione sembrano sempre dominate dagli estremismi o dell'assistenzialismo becero e irresponsabile o del pragmatismo ottuso e cieco.
Lo Stato ci sta sottoponendo ad una cura di dimagrimento finanziario senza precedenti. Dobbiamo quindi prendere atto che la crisi deve essere affrontata non più con avventate politiche di spesa, ma con interventi innovativi sui diversi territori e settori produttivi, puntando a liberare progettualità e risorse nate dal basso, sostenendo l'accesso al credito al posto dei vecchi inventivi, incrementando la ricerca scientifica, investendo sul sistema educativo (cose sulle quali stiamo testardamente lavorando nella nostra piccola regione). Il compito della politica, quindi, deve prioritariamente essere quello di riformare l'amministrazione regionale, rendendola più flessibile e più coraggiosa nelle scelte strategiche.
Ma per fare tutto questo è necessaria una capacità che sinceramente non credo possa essere espressa da schieramenti litigiosi e condizionati dagli opposti estremismi. Ormai si litiga su ogni cosa e chi vuole decidere ragionando sul bene di tutti finisce per essere sovrastato dalle mosse interessate dei faziosi.
E' impressionante notare che il dibattito a tutti i livelli sia ridotto alle contorsioni tattiche a cui tra l'altro non segue alcuna concreta decisione sullo strumento cardine: la legge elettorale.