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GALLI DELLA LOGGIA/ Barcellona: alla gente non interessano i "cattolici" ma il senso della vita

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Perché non siamo capaci di essere monaci affettuosi, soccorritori fraterni, felici testimoni del sangue versato per tutti bevendo il vino e mangiando il pane della mensa comune? Il problema che io sento come una mia stessa colpa è perché anche la Chiesa cattolica, forse inconsapevolmente, partecipi dell’alienazione del mondo agli idoli del successo personale e della partecipazione al potere. 

Nell’epoca della dissacrazione di ogni legge e di ogni tabù, della dissipazione dell’interiorità dello spirito nella futilità dello spettacolo, io chiedo alla Chiesa di essere un luogo di testimonianza profetica che scompagini il quieto vivere del “politicamente corretto”. Questo mondo ha bisogno di una grande Chiesa e di un grande spirito religioso che, rinunciando ad ogni egemonia e ad ogni gerarchia istituzionalizzata, si metta per la strada ad incontrare davvero il mondo del dolore e della disperazione. Quello che manca al nostro tempo non è una specifica qualità intellettuale degli esponenti del cattolicesimo, ma una loro conversione umana per ritrovare la sintonia con quello che dalla storia lontana si è autodefinito il popolo di Dio. Il popolo di Dio vive in questo momento un drammatico esilio: non c’è più una terra promessa verso la quale mettersi in viaggio ma, al contrario, ciascuno si trova nella condizione di un “esodo” permanente che lo costringe alla solitudine più dolorosa. 

Proprio per queste ragioni sono convinto che il tema della nostra epoca non sia quello del partito cattolico o del compromesso sui valori non negoziabili, ma quello di promuovere una nuova costituzione culturale che rimetta al centro della vita collettiva le ragioni autentiche dello stare insieme. Il mondo cattolico è ancora oggi l’unica forma di memoria dell’antropologia cristiana che ha costituito la base profonda della vita collettiva di ogni Paese. La stessa idea di libertà, che per molti resta la bandiera dell’Occidente, non è pensabile senza il principio secondo cui tutti gli uomini sono uguali perché figli dello stesso Padre.

La persistenza di una visione antropologica che continui a testimoniare il messaggio di Cristo non può prestarsi certamente alla elaborazione di ricette politiche per risolvere il problema della crisi del sistema italiano. Essa istituisce invece una  grande linea di confine tra la cultura che oramai si è appiattita sullo scientismo biologico e sull’efficientismo economico proponendo al meglio l’accettazione eroica di un destino senza alternative (negando ogni possibile oltrepassamento dell’orizzonte storico) e la visione di quanti nell’esperienza dolorosa del male del mondo maturano la speranza di un altro orizzonte di senso. Solo una dimensione trascendente può permettere una dialettica tra necessità e libertà che non si risolve in una implicita apologia del mondo delle cose esistenti. 

 



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COMMENTI
08/07/2012 - libertà (Pierluigi Assogna)

Dove era Dio durante l'Olocausto? Stava rispettando la libertà dell'uomo. Badiamo bene che solo un universo creato da un Dio trascendente può consentire la libertà e quindi la responsabilità di una creatura che è nel mondo ma non è del mondo. Un universo deterministico o un universo casuale semplicemente non possono generare un atto libero e volontario. Un universo-dio assumerebbe necessariamente su di sè tutta la libertà e responsabilità.

 
06/07/2012 - Cattolici e politica (CARLA VITES)

Ma non è possibile che il tragico errore sia proprio tutto qui? Nell’ostinarsi a non riconoscere che, anche da parte ‘cattolica’ si tratti ormai quasi esclusivamente di un problema di gestione della camera dei bottoni dove l’aspetto di una reale alternativa dei cristiani non può prescindere dalla presa d’atto che la secolarizzazione propugnata a sinistra una volta ormai è stata ampiamente realizzata a destra da parte cattolica. Mi sono rimessa a leggere gli articoli di Baget Bozzo degli anni 80 e 90 dove rifletteva a partire dalla sua scelta di farsi sospendere a divinis piuttosto he rinunciare al suo impegno politico. Arriva addirittura a dire: ”E’ perché il mondo è il luogo stesso della fede, il suo destinatario, che non mi sento di stare in esso se non con un titolo laico”, e ancora: “è una tentazione grave per la chiesa di oggi offrire una certezza che non sia carica dell’incertezza che ci avvolge. Stare nel PSI era cercare un popolo senza certezza ma con interrogativi, con domande, con speranze”. Questo lo diceva nell’85. Dopo Tangentopoli si infilerà nelle fila di Berlusconi e con lui tanti cristiani cosiddetti impegnati, al solito, i cristiani, come detentori di un ‘prestigio’ umano - come diceva Baget B. -, anche se l’influenza morale della Chiesa nella società o quella dottrinale della medesima sul pensiero degli stessi cattolici, sono scarsissime. Questo è a mio avviso l’interessante problema che invece solleva Galli della Loggia con i suoi ‘richiami’ perentori ma dolenti.