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SCENARIO/ 1. Chi ha reso inevitabile il ritorno di Berlusconi?

Perché è inevitabile il ritorno in campo di Berlusconi? Per quale motivo l'ipotesi di una leadership e di una politica post-berlusconiana nel centrodestra è fallita? L'analisi di UGO FINETTI

Silvio Berlusconi Silvio Berlusconi

Perché è inevitabile il ritorno in campo di Berlusconi? Quali i punti di forza e di debolezza? Il ritorno del Cavaliere, per quanto riguarda il Pdl, deriva dal fallimento dell'ipotesi di una leadership e di una politica post-berlusconiana nel centro-destra. Alfano come leader elettorale non è decollato, né è decollato un gruppo dirigente collegiale e solidale. Non c’è stato (né, probabilmente, poteva esserci) un voltar pagina e nessuna nuova pagina è stata scritta in quanto in assenza di Berlusconi non si è riusciti a recuperare l’Udc e nemmeno la Lega. Il Pdl è rimasto politicamente “al palo”, isolato e senza un’"immagine esterna" nuova o alternativa che fosse percepita dall’elettorato e dall’opinione pubblica.

A ciò si aggiunge un certo ridimensionamento dei due principali “capi di accusa” che hanno spinto Berlusconi a gettare la spugna: “spread” e “caso Ruby”. Lo spread è tornato a essere stabilmente quello dell’Italia berlusconiana mentre l’accusa giudiziaria che ne ha minato il carisma pubblico (in quanto ha evidenziato un leader superficiale e vulnerabile) è comunque percepita dall’opinione pubblica come uno squallido scandalo, ma di sproporzionata attenzione giudiziaria. Anche l’antiberlusconismo ha perso il carisma: da Super-Io della “questione morale” a pool di “paparazzi” di felliniana memoria.

Ma il dato principale che determina le condizioni del ritorno di Berlusconi è rappresentato non solo dal mancato avvento del Pdl postberlusconiano. Berlusconi torna in campo perché non si è creato un quadro politico nuovo, postberlusconiano. La nuova maggioranza - la grande alleanza riformista - che sembrava alla base del governo Monti in cui dovevano prevalere le anime riformiste, responsabili e ragionevoli presenti nei vari schieramenti si è rapidamente svuotata di ogni prospettiva innovativa. Il governo Monti infatti non ha il sostegno di una maggioranza riformista, ma di una riedizione delle “convergenze parallele” secondo la definizione morotea di mezzo secolo fa: una tregua armata e senza sostegni convinti e coerenti. Persino gli iniziali vertici Alfano-Bersani-Casini sono stati rinnegati e cancellati.

In questi mesi abbiamo in realtà assistito non alla maturazione di una convergenza e comunque di un nuovo scenario, ma alla messa in moto delle opposte centripete che ci hanno riportato al punto di partenza.

È così che si arriva a una ridiscesa in campo di Berlusconi che presenta segni di indubbia stanchezza, ma anche la ridiscesa in campo - sul fronte opposto - dell’antiberlusconismo non promette allettanti novità.  Se da un lato ci si muove sulla politica come “evento”, dall’altro si replica con la politica come “organigramma”. In particolare l’accoppiata Bersani-Vendola – che si manifesta mettendo sullo stesso piano di priorità e di emergenza nazionale le misure anticrisi e le coppie gay – sottolinea i rinati margini di manovra di Berlusconi.
Oggi lo spazio di “rivincita” di Berlusconi è rappresentato dal fatto che la sinistra, mettendo a tacere i riformisti, ripropone idee e slogan del Pci degli anni Settanta – la lotta ai “ricchi” e ai “grandi evasori” – contestati e irrisi più di trent’anni or sono dalla destra comunista di Giorgio Amendola.