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SCENARIO/ 2. Il fantasma di Craxi "prepara" il secondo (e il terzo) governo Monti

Beppe Fioroni rilascia un’intervista dove invita Casini a non ritornare a una sorta di neo-craxismo. Forse Fioroni dovrebbe riflettere meglio sulla nostra storia. GIANLUIGI DA ROLD

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Molti anni fa, Henry Kissinger spiegava in modo garbato, e per questa ragione ancora più ironico, che era molto difficile comprendere la politica italiana, anche per lui, che in fondo riusciva ad accordarsi con Zhou Enai. Da quei tempi, molte cose sono cambiate, ma probabilmente la politica italiana resta un “sentiero misterioso” per pochi privilegiati. Beppe Fioroni rilascia un’intervista dove invita Pier Ferdinando Casini a non ritornare a una sorta di neo-craxismo, cioè a una “politica delle mani libere”. Se è lecita un’interpretazione schematica, Fioroni invita Casini e non ripetere quello che il leader socialista faceva nell’ormai “preistorico” periodo del compromesso storico, quando sfruttava le contraddizioni interne alla Dc e anche al Pci e le loro difficoltà nel realizzare una politica di unità nazionale, per porsi come nuovo punto di riferimento nei complicati equilibri politici italiani.

Il riferimento di Beppe Fioroni alla linea attuale di Casini ci può anche stare in modo molto vago, ma sia consentito dire che la realtà attuale è molto differente da quella “preistoria” italiana. In quel periodo, ci permetterà di ricordare Fioroni, si stava vivendo l’autunno inoltrato del “mondo spaccato in due”, del mondo segnato dal Muro di Berlino e dall’ormai inevitabile crollo non solo dell’impero sovietico, ma anche della storia del comunismo. Il “particolare” momento non era secondario per l’Italia che, per tutto il Dopoguerra, aveva avuto il più grande partito comunista nel mondo al di fuori dell’area di influenza diretta dei sovietici. 

Oggi, dopo tante acrobazie ideologiche e politiche, i problemi sono differenti per l’intero Occidente e per l’Italia in particolare. Siamo di fronte a una crisi finanziaria ed economica che non ha precedenti nella storia, se non per un riferimento alla grande depressione successiva  al crollo del 1929. La politica, anche nei Paesi di più radicata democrazia liberale, non sa come arrabattarsi di fronte a sofferenze sociali cariche di incognite. Basta guardare la corsa all’indebitamento degli Stati Uniti alla vigilia delle elezioni presidenziali e alle politiche di “rigore moderato” che si fanno in Francia e in Gran Bretagna.

Ma quello che più lascia perplessi nell’azione della politica a livello internazionale è la sua impotenza, la sua inconsistente fragilità di fronte all’agenda che stabilisce la finanza, l’oligopolio finanziario internazionale, l’umore dei mercati magari ben indirizzato dalle grandi agenzie di rating. In Italia questo si subisce in modo duplice. Primo, perché si è quasi proni di fronte alle esigenze della finanza: si è agito sul deficit di bilancio, neppure sullo stock di debito, ricorrendo a una pressione fiscale mostruosa. In secondo luogo, perché si è orfani di una tradizione politica ben radicata. Non ci sono più i partiti, non ci sono  più organizzazioni politiche che sappiano intercettare le esigenze sul territorio degli italiani del Nord, del Centro e del Sud. Di fatto, in Italia, non c’è più politica dopo il 1992. Tanto è vero che il “governo dei tecnici” di Mario Monti non è nato a caso, ma per l’abbandono e il fallimento di tutta la classe politica italiana dopo il 1992.