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Politica

IN-GIUSTIZIA/ Ostellino: dai pretori d’assalto all’Ilva, la riforma impossibile

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Prendiamo il caso dell’Ilva di Taranto. Si dice che un’acciaieria inquina ed è certamente vero che un’acciaieria inquini l’ambiente. Persino i cinesi, che non hanno alle spalle tutta la nostra cultura e la nostra storia, costruiscono le acciaierie lontano dalle case, dai centri abitati. Noi invece abbiamo fatto un’acciaieria vicino alle case e poi, quando era già in funzione, si sono costruite altre case. Detto questo, e precisato che in una società liberale il diritto alla salute viene prima di tutto, vediamo che una mattina un “gip”, un giudice delle indagini preliminari, decide la chiusura della cosiddetta “area a caldo” di questo impianto. Ma questo magistrato sa che cosa vuole dire chiudere quell’area? Pensa che si possa fermare con un interruttore? In questo modo, quel magistrato ha ucciso un’azienda per una serie di complessi problemi tecnologici. Tutto questo sembra ragionevole? Non mi pare. Ed è possibile e ragionevole porre in contrasto il diritto al lavoro con il sacrosanto diritto alla salute? Non mi pare. È questo quello che nasce nella confusione e nell’ignoranza. È tutto questo che non porta a delle soluzioni ragionevoli.

 

Poi c’è il problema delle intercettazioni, il contenzioso che è nato tra la procura di Palermo e il Quirinale?

 

In questo caso il pubblico ministero Antonio Ingroia ha chiesto alla politica una sorta di costituzionalizzazione della “ragione di Stato” per non prendere in considerazione alcune intercettazioni telefoniche. In questo modo ha fatto una proposta che la politica non può accettare. Ha rovesciato quello che faceva il “Padrino”, quando diceva “le farò una proposta che non può rifiutare”. Ma come può la politica accettare una cosa del genere? La ragion di Stato è immanente alla politica, Ingroia non può avanzare simili pretese.

 

Quale percorso storico della società italiana ha portato a una simile situazione?

 

C’è un paradosso da ricordare. Durante il fascismo c’erano grandi giuristi che insegnavano e che provenivano dalla vecchia Italia liberale. Nel 1945, caduto il fascismo, sono entrati in magistratura molti giovani che erano cresciuti sotto il fascismo. Due anni dopo si è varata una Costituzione che io definisco “parasovietica”. Nello stesso tempo il Pci si è reso conto che in Italia non poteva fare la rivoluzione. È cominciato così un lungo viaggio gramsciano tra le istituzioni e nel mondo della cultura. Ma lo stesso Pci non ha saputo gestire quello che aveva creato. Abbiamo avuto prima i “pretori d’assalto”, poi diventati procuratori e magari giudici di Cassazione, con retaggi culturali tra fascismo e sovietismo. Il collasso a cui assistiamo avviene per questa ragione. È per questo che non mi faccio illusioni su una proposta bipartisan di riforma della giustizia italiana.

 

(Gianluigi Da Rold)

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