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IN-GIUSTIZIA/ Ostellino: dai pretori d’assalto all’Ilva, la riforma impossibile

Pubblicazione:lunedì 20 agosto 2012 - Ultimo aggiornamento:lunedì 20 agosto 2012, 11.39

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“Dal Colle alla Juve magistrati irragionevoli”, dice l’ex ministro Maurizio Sacconi in un’intervista. E con parole ponderate, ma che pesano, anche l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, descrive una situazione problematica nei rapporti tra giustizia e politica, sul tema delle intercettazioni, sugli interventi della magistratura, sul ruolo che esercitano, magari non per loro stessa volontà, alcuni pubblici ministeri. Di fronte a una simile situazione, di fronte anche alla oggettiva crisi della giustizia italiana, ai tempi biblici di questa giustizia, alla massa di processi che si accumulano in Cassazione, viene legittimo chiedersi se sia possibile arrivare a una riforma bipartisan su tutti questi argomenti e problemi. Abbiamo posto la domanda a Piero Ostellino, ex direttore de Il Corriere della Sera, oggi editorialista controcorrente del giornale di via Solferino, spirito liberale di lunga milizia che ha studiato giurisprudenza “alla scuola” di un filosofo del diritto come Norberto Bobbio: «Sarebbe possibile se ci fosse la volontà politica di farlo, perché effettivamente non si può andare avanti in questo modo. Ma, anche se la speranza è l’ultima a morire, io ci credo poco, non voglio nemmeno illudermi su una questione come questa. Guardando le vicende della giustizia italiana, sembra di vedere l’aspetto emblematico dell’Italia di oggi, un Paese che sta sciogliendosi come una palla di neve al sole, un Paese che sta morendo».

 

A che cosa è dovuto tutto questo?

 

Principalmente a un grande collasso culturale. Qui non si riescono più a comprendere le distinzioni che esistono tra società, politica e giustizia. Non si può confondere la politica con l’etica. Si sono dimenticate completamente le nozioni fondamentali della dottrina dello Stato, della filosofia del diritto, delle autonomie e delle distinzioni che esistono e che devono esserci in uno Stato liberale. A volte io penso che siano cresciute leve di magistrati con nozioni approssimative, confuse, che rivelano forse non solo cattivi studi giuridici, ma anche studi liceali fatti male. Chi va in cattedra, oppure va in magistratura, oppure nel giornalismo, porta per prima cosa le sue idee politiche. Un uomo come Norberto Bobbio, che era di orientamento azionista, quando entrava in università restava in primo luogo un giurista, un grande filosofo del diritto. E questo esempio valeva per molti docenti di diritto. Tutto questo non c’è più.

 

Lei si è riferito anche al giornalismo.

 

Ma insomma, quando i direttori di giornale manderanno dei cronisti dotati di un minimo di spirito critico a seguire le inchieste della magistratura? Quando Luciano Violante parla della necessità di una “separazione di carriere” tra magistrati e giornalisti ha perfettamente ragione, perché come non si può vedere che molte cronache giornalistiche sembrano dettate, rimasticate da verbali?

 

Quali decisioni della magistratura l’hanno maggiormente colpita in questo periodo?


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