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INTERCETTAZIONI/ L'attacco del Pdl: Di Pietro, Pd e Ingroia bloccano tutto

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Antonio Ingroia (Foto: InfoPhoto)  Antonio Ingroia (Foto: InfoPhoto)

"Il ddl contro l'intollerabile abuso delle intercettazioni, ora denunciato anche dal Capo dello Stato e dal presidente del Consiglio, va tristemente verso un binario morto, ma almeno sono individuabili i veri responsabili”. Queste le parole di Antonio Leone, vicepresidente della Camera del Pdl, secondo cui i responsabili sono “Pd e Di Pietro, con l'appoggio degli straripanti interventi di Ingroia, primo magistrato che in Italia si è messo a far politica indossando ancora la toga". “Il giochetto è ormai fin troppo scoperto, - continua Leone - con il Pd che affossa ufficialmente il ddl sulle intercettazioni sposando le tesi di Ingroia. Quest'ultimo spara a zero su governo e Parlamento prima di andarsene per qualche mese in Guatemala, da dove ritornerà “purificato” e pronto per candidarsi alle elezioni. Il tutto – spiega ancora Leone - nel silenzio del Csm e in dispregio dei magistrati che amministrano la giustizia con il dovuto riserbo, senza esibirsi sui palcoscenici impropri. In questa totale confusione di ruoli e ambiti istituzionali, speriamo che il governo e il ministro Severino vadano avanti nella riforma della giustizia. Ormai inderogabile: in troppi usano le procure per fini di lotta politica", ha poi concluso. Riguardo il caso delle intercettazioni, che hanno visto coinvolto anche il Capo dello Stato, è recentemente intervenuto Luciano Violante proprio sulle pagine de ilSussidiario.net: l’ex presidente della Camera ritiene che “il ricorso del Colle alla Corte costituzionale fosse doveroso. Il Capo dello Stato non aveva infatti un interesse da difendere, ma un principio da far valere. Il presidente Napolitano ha voluto preservare le garanzie del Quirinale per il proprio successore, lasciando che sia la Consulta a esprimersi in merito”. Violante spiega anche che “il caso in sé comunque è molto chiaro: nel momento in cui la procura di Palermo ha intercettato accidentalmente il presidente della Repubblica, ottenendo tra l’altro una prova irrilevante, oltre che illegittima, avrebbe dovuto procedere alla sua distruzione. Scegliere la via ordinaria, come se si trattasse di una prova legittima costituisce un abuso. La Costituzione, come tutti sanno, prevede infatti delle prerogative precise per il Capo dello Stato”. 


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