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RIFORME/ Il caso Sardegna: come l'autonomia ha aiutato lo statalismo

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Può la mia Regione liberare risorse per favorire l'impresa, l'innovazione, il lavoro, l'educazione, se una gran parte del bilancio è saturato dalla copertura di perdite di vecchie partecipazioni statali (industrie minerarie in particolare), dai disavanzi degli enti strumentali, delle società in house e delle aziende sanitarie e, infine, da una rete di servizi alla persona dispendiosa e squilibrata? 

Una classe politica degna del suo compito deve affrontare con coraggio la sfida di un nuovo welfare, di una nuova strategia per le imprese, di una vera scommessa sul capitale umano attraverso l'educazione e la ricerca. Ma possono gli attuali partiti, e quegli ancora informi marchi elettorali che si stanno presentando sulla scena, essere in grado non solo di conquistare seggi, ma anche di governare? La risposta è nel futuro, ma possiamo già dire che l'attuale offerta politica è caratterizzata da alcuni partiti che si pongono esplicitamente come obiettivo quello di governare il Paese. Altri mostrano implicitamente di non avere una reale intenzione di assumersi la responsabilità di governare, ma soltanto di conquistare spazi per difendere legittimi ma parziali settori e interessi. E i partiti "governativi" a loro volta hanno al proprio interno forze che spingono in varie direzioni centrifughe e demagogiche.

Questa articolazione dell'offerta rischia di portarci ad una composizione parlamentare "balcanizzata" e ad un governo che non avrà alcuna capacità di incidere sui problemi che abbiamo. Gli attuali leader dei partiti governativi oggi hanno una grande responsabilità. Possono cedere alla tentazione, da un lato, di cogliere l'attimo fuggente di una vittoria con una coalizione tanto eterogenea da non riuscire poi ad attuare alcuna riforma o, dall'altro, di garantirsi una sopravvivenza parlamentare in attesa di tempi migliori. Oppure possono prendere atto che un contributo al nostro Paese e alle nostre Regioni può essere dato concentrando le migliori qualità e la maggiore quantità del proprio peso sul compito di condurci fuori dalla crisi.

Tutto ciò lo si può fare, nel pieno rispetto del pluralismo, prima o dopo le elezioni, secondo quale sarà il contenuto della legge elettorale. Ma una domanda è ragionevole: perchè non dirlo prima e subito, evitando illusioni e disillusioni, ipocrisie e recriminazioni? Non sarebbe anche questo un passo verso una democrazia più matura, fatta da protagonisti che sanno parlare al cuore delle persone e non alla loro pancia? In ogni caso, per noi che abbiamo creduto in una possibile novità nella politica non sarà giunto il momento di rischiare tutto, anche a costo di perdere tutto?

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