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ILVA TARANTO/ Del Turco: un cinico gioco politico in cui Vendola è il "re travicello"

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Il corteo dei lavoratori dell'Ilva  Il corteo dei lavoratori dell'Ilva

Comprendo le difficoltà in cui si trova Nichi Vendola. Il governatore ha seguito molto gli scontri sociali che hanno caratterizzato le vicende sindacali di Torino e Pomigliano d’Arco, ma è stato più assente rispetto alla vicenda dell’Ilva di Taranto. E il motivo è che il presidente della Regione ha qualche difficoltà a gestire questa vicenda, a esporsi in prima persona, in quanto teme anche giustamente una strumentalizzazione contro di lui di alcuni aspetti di questa storia.

 

Da dove nascono le difficoltà di Vendola?

 

Dal fatto che la vicenda di Taranto ha una sua specificità, non è una narrazione tradizionale delle vicende sindacali e politiche pugliesi. Quelle appartengono alla storia di Giuseppe Di Vittorio, compaesano di Vendola, ad altre vicende che fanno parte della storia industriale della Puglia molto caratterizzata sul versante barese. La questione dell’Ilva rappresenta invece un’anomalia, e Vendola si trova quindi molto più in difficoltà nel trovare le parole e la posizione giusta per dominare quanto sta avvenendo.

 

In che cosa consiste l’anomalia della vicenda dell’Ilva?

 

Costruire il quinto centro siderurgico a Taranto ha voluto dire uno sconvolgimento del panorama produttivo pugliese. Trasformare una città marinara, con una tradizione di navigazione nel Mar Mediterraneo, in un grandissimo centro di produzione siderurgica ha provocato delle forzature che sono poi venute alla luce. E la conseguenza sono stati degli sconvolgimenti politici e sociali molto evidenti.

 

Le regole ambientali dettate dalla politica sono state troppo restrittive?



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COMMENTI
03/08/2012 - problemi generazionali (francesco taddei)

sarebbe interessante un approfondimento sul tema della specificità di Taranto "città tradizionale" e sulle contraddizioni dovute al passaggio da città mediterranea a città industriale. io abito in umbria e mio nonno, come molti suoi coetanei è passato dal lavorare la terra a operaio in acciaieria, ma è stato un passaggio senza gravi sconvolgimenti, anzi più traumatici sono le realtà post-industriali odierne che vedono il ritorno all'agricoltura e al turismo rurale.

 
03/08/2012 - LE LACRIME E SANGUE DEL POPOLO TARENTINO (celestino ferraro)

È fuor di dubbio che là dove si configura un reato, là il giudice debba intervenire per reprimerlo e punirlo a rigor di legge. Così bene ha fatto il pm di Taranto che ha scoperto l’illecito dell’ILVA che produceva acciaio inquinando l’ambiente e centinaia di lavoratori costretti a lavorare in un ambiente la cui aria respirata era cancerogena e mortale. Fin qui tutto benissimo, il magistrato integerrimo che ha provveduto al sequestro dell’area industriale e dello stesso stabilimento, meriterebbe le lodi dell’intero Paese. Sennonché accade che il bubbone ILVA tarantino, non è una patologia fresca prodotta l’altro ieri, sono decenni che lo stabilimento dell’ILVA di Taranto diffonde i suoi miasmi velenosi e le metastasi della patologia si son diffuse per tutte il territorio cittadino. La domanda semplice che dovremmo fare all’integerrimo magistrato che ha decretato il sequestro dello stabilimento, impedendo ai lavoratori di guadagnarsi il pane, è: dov’era negli anni scorsi quando maturava la patologia? Perché solo vent’anni per intervenire e non immediatamente conoscendo i cicli inquinatori che avrebbero nuociuto a lavoratori e ai cittadini? L’eterno Cicerone insegna: “Summum ius summa iniuria”. I lavoratori che oggi languono sul lastrico, dove andranno a sfamarsi avendo perduto la fonte di reddito? Non si sarebbe potuto ordinare un ciclo produttivo a scalare mentre le provvidenze necessarie si sarebbero potuto istallare man mano?