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ILVA TARANTO/ Del Turco: un cinico gioco politico in cui Vendola è il "re travicello"

Pubblicazione:venerdì 3 agosto 2012 - Ultimo aggiornamento:venerdì 3 agosto 2012, 11.42

Il corteo dei lavoratori dell'Ilva Il corteo dei lavoratori dell'Ilva

Quella dell’Ilva è una vicenda molto complessa. Da un lato ci sono i provvedimenti tesi a salvaguardare la salute dei cittadini di Taranto. Preoccuparsi di questo aspetto è un dovere degli amministratori, se non fossero stati intrapresi determinati interventi si sarebbe detto che la politica era assente. Naturalmente una volta presi questi provvedimenti, si ritiene che al loro interno vi fosse un attentato alla continuità dello stabilimento di Taranto. E da qui nascono le contraddizioni che sono difficili da dirigere, orientare e governare.

 

Quali sono le conseguenze?

 

E’ difficile essere i rappresentanti di operai arrabbiati che rischiano la chiusura dello stabilimento, e contemporaneamente fare discorsi sull’ambiente, l’ecologia e il rapporto tra fabbrica e salute in una città di tipo tradizionale come Taranto. Chi come me ha fatto il dirigente sindacale e poi ha avuto responsabilità politiche, sa bene quanto gli slogan usati nel sindacato non funzionino assolutamente quando si tratta di avere la forza di imprimere un orientamento e una direzione politica alle istituzioni.

 

Secondo lei la tensione di ieri potrebbe sfociare anche nel terrorismo?

 

Tutti i fenomeni del terrorismo hanno tratto linfa da vicende come questa. Non me la sento però di dire che dietro agli episodi di oggi possano necessariamente esserci fenomeni legati alle vicende terroristiche che hanno insanguinato il Paese.

 

(Pietro Vernizzi)



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
03/08/2012 - problemi generazionali (francesco taddei)

sarebbe interessante un approfondimento sul tema della specificità di Taranto "città tradizionale" e sulle contraddizioni dovute al passaggio da città mediterranea a città industriale. io abito in umbria e mio nonno, come molti suoi coetanei è passato dal lavorare la terra a operaio in acciaieria, ma è stato un passaggio senza gravi sconvolgimenti, anzi più traumatici sono le realtà post-industriali odierne che vedono il ritorno all'agricoltura e al turismo rurale.

 
03/08/2012 - LE LACRIME E SANGUE DEL POPOLO TARENTINO (celestino ferraro)

È fuor di dubbio che là dove si configura un reato, là il giudice debba intervenire per reprimerlo e punirlo a rigor di legge. Così bene ha fatto il pm di Taranto che ha scoperto l’illecito dell’ILVA che produceva acciaio inquinando l’ambiente e centinaia di lavoratori costretti a lavorare in un ambiente la cui aria respirata era cancerogena e mortale. Fin qui tutto benissimo, il magistrato integerrimo che ha provveduto al sequestro dell’area industriale e dello stesso stabilimento, meriterebbe le lodi dell’intero Paese. Sennonché accade che il bubbone ILVA tarantino, non è una patologia fresca prodotta l’altro ieri, sono decenni che lo stabilimento dell’ILVA di Taranto diffonde i suoi miasmi velenosi e le metastasi della patologia si son diffuse per tutte il territorio cittadino. La domanda semplice che dovremmo fare all’integerrimo magistrato che ha decretato il sequestro dello stabilimento, impedendo ai lavoratori di guadagnarsi il pane, è: dov’era negli anni scorsi quando maturava la patologia? Perché solo vent’anni per intervenire e non immediatamente conoscendo i cicli inquinatori che avrebbero nuociuto a lavoratori e ai cittadini? L’eterno Cicerone insegna: “Summum ius summa iniuria”. I lavoratori che oggi languono sul lastrico, dove andranno a sfamarsi avendo perduto la fonte di reddito? Non si sarebbe potuto ordinare un ciclo produttivo a scalare mentre le provvidenze necessarie si sarebbero potuto istallare man mano?