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MANI PULITE/ Quello che le "rivelazioni" di Di Pietro non dicono

Antonio Di Pietro (Infophoto) Antonio Di Pietro (Infophoto)

Insomma, il Console americano Semler, attraverso le confidenze di un magistrato dell'accusa del Tribunale di Milano, sapeva già tutto quello che sarebbe accaduto nella politica italiana. Forse era giustamente curioso Semler, perché confrontava quello che Di Pietro diceva a lui con le confidenze che gli arrivavano anche da altri ambienti. Semler era anche zelante e abbastanza “tifoso” della svolta che sarebbe avvenuta in Italia, Paese considerato sempre negli Stati Uniti “un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”.

La “rivelazione” pone alcune domande. La prima è: per quale ragione un pubblico ministero, un magistrato che dovrebbe osservare una certa riservatezza (si suppone), dovrebbe anticipare a un Console americano quello che sta avvenendo per via giudiziaria non solo a Milano ma nella politica italiana? La seconda questione è: perché Semler ha simpatizzato  così apertamente per Di Pietro, al punto da organizzargli, tramite Ambasciata e Dipartimento di Stato, un viaggio negli Stati Uniti? Di propaganda? Di contatti ad alto livello? Sarebbe interessante al proposito conoscere una risposta sincera e precisa...

Comunque, deve essere stato un “colpo di fulmine” quello nato tra Semler e Di Pietro, al punto di indurre il Console di Milano a sfidare l'orientamento dell'Ambasciata americana a Roma, tanto che l'ambasciatore Reginald Barholomew capisce che qualche cosa non quadra “nel Consolato americano di Milano”. Ricordava Bartholomew che c'era in Italia:  “Un pool di magistrati che, nell'intento di combattere la corruzione politica dilagante, era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l'Italia, a cui ogni americano si sente legato”.

Sfruttando una visita in Italia del giudice della Suprema Corte degli Stati Uniti, Antonino Scalia, Bartholomew, preparò  un incontro con sette importanti giudici italiani per spingerli a confrontarsi con la violazione dei diritti della difesa da parte di “mani pulite”. Quest'ultima “rivelazione” non è né una primizia, né una novità. Che una parte della magistratura italiana e americana guardasse con sgomento all'inchiesta di “mani pulite”, non solo per gli sconquassi politici e istituzionali che provocava, ma soprattutto per il ricorso alla carcerazione preventiva e ai metodi “piuttosto sbrigativi” dell'inchiesta, è stato documentato tempo fa da un libro  “scomparso”. Si tratta di The italian guillottin, scritto da Stanton H. Burnett e da Luca Mantovani, ma mai apparso e tradotto in Italia. Forse superficiale in alcuni giudizi, ma abbastanza ben centrato sull'uso della carcerazione preventiva, ad esempio.

Tuttavia tante altre cose sono state dimenticate. I bilanci dei partiti, tutti falsi, approvati per anni dalla Camera. L'amnistia del 1989, che ha salvato molti protagonisti della politica italiana, anche di oggi. L'uso, ad esempio, di un conto corrente della Bank of Cyprus, filiale londinese, con il numero “ass 100203939/560” che dall'Unione Sovietica finiva alla fantomatica società Indra. Gli incroci societari di diversi personaggi e imprenditori italiani con la Germania di Pankow, la famosa Ddr di Ulbricht e Honecker. Tanti altri  fatti che il miliardo di lire (o chissà quale cifra) sperdutosi nelle stanze di Botteghe Oscure nell'affare Enimont appare come  una “mancia trascurabile”.