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J'ACCUSE/ Perché Di Pietro usa Craxi per attaccare Napolitano?

Pubblicazione:mercoledì 8 agosto 2012

Antonio Di Pietro (Infophoto) Antonio Di Pietro (Infophoto)

Il confronto duro, con botta e riposta tra Antonio Di Pietro (sempre più fragile leader all'interno dell'Italia dei Valori) e il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non è affatto da registrare solamente, o addirittura, in certi casi da marginalizzare sui media, come si sta facendo in questi giorni in molti casi. Il leader di “mani pulite” degli anni Novanta, in evidente difficoltà di rapporti con il Partito democratico, ha usato le sue solite maniere: ha prima “sparato nel mucchio” e poi si è concentrato sul principale bersaglio del nuovo corso politico italiano. Gli occhi di uno storico dovrebbero strabuzzare di fronte alle affermazioni di Antonio Di Pietro. L'ex magistrato d'accusa più popolare d'Italia ha addirittura usato la deposizione dell'imputato “più eccellente” durante il processo Enimont e della “stagione del manipulitismo”, Bettino Craxi, per screditare e gettare ombre sulla figura del Presidente della Repubblica.

Ha detto Di Pietro in una intervista a “Oggi”: «Ci sono due Giorgio Napolitano: quello che ci racconta oggi la pubblicistica ufficiale, il limpido garante della Costituzione, e quello che raccontò l'imputato Bettino Craxi in un interrogatorio formale, reso nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont». Di Pietro non esita a credere a quello che disse Craxi, dimenticando forse che, in questo modo, riapre un capitolo mai risolto della vicenda politica dei primi anni Novanta che riguarda la caduta della “prima repubblica”, ma soprattutto la criminalizzazione  e scomparsa dei cinque partiti democratici che formavano il governo del Paese.

Di Pietro e la procura di Milano in quell'epoca furono il “braccio operativo” di quell'operazione, al punto che quando Bettino Craxi denunciò, in ben tre discorsi a Montecitorio, il clima di generale illegalità del sistema politico per i finanziamenti, le sue dichiarazioni vennero prese come delle “aggravanti”. Ma furono “aggravanti” solo per Craxi e, a cascata, per gli esponenti degli altri partiti democratici. Per la verità, il leader del Psi aveva non solo detto, ma scritto e sollecitato altre iniziative con due lettere che si sono lasciate  nei  “cassetti della dimenticanza”.
Il 27 ottobre del 1993, Bettino Craxi scriveva una lettera ai Presidenti del Senato e della Camera dell'epoca, cioè a Giovanni Spadolini e a Giorgio Napolitano, per sottoporre la questione del “caso Pecchioli”.

Chi era Ugo Pecchioli? Nel 1993, tre anni prima di morire, Pecchioli era un senatore del Pds che aveva l'incarico di Presidente del Comitato Parlamentare di Controllo dei Servizi di Informazione e di Sicurezza civile e militare. Ma Pecchioli era stato uno dei più autorevoli esponenti del vecchio Pci e aveva avuto «una responsabilità diretta per una parte almeno dell'attività illegale e clandestina messa in atto in Italia in collegamento diretto con i servizi segreti dell'Urss e di paesi membri del Patto di Varsavia, in un ambito di iniziative che spaziavano dalle radio ricetrasmittenti ai documenti falsi e ai baffi finti».


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