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NAPOLITANO INTERCETTATO/ 2. Il giurista: siamo ancora prigionieri del '92

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Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo (InfoPhoto)  Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo (InfoPhoto)

Il conflitto sorto fra la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo ha assunto una valenza eccedente l’originaria dimensione costituzionale; riveste oramai una caratterizzazione storica, politica e perfino simbolica che segna e giustifica la relativa drammaticità istituzionale. Esso non è più riducibile alla mera contesa riguardante la definizione costituzionale delle attribuzioni coinvolte; più ancora, si configura come la risultante di tutti quei profili problematici la cui mancata soluzione ha favorito l’origine e il perdurare della Seconda Repubblica. Di conseguenza, dipendendo dal chiarimento di tutte le ragioni controverse che hanno caratterizzato il sistema istituzionale del trascorso ventennio, tale conflitto non può concludersi se non a rischio di sancire anche formalmente la parzialità delle prime e l’epilogo del secondo.

È sufficiente passare in rassegna i temi coinvolti per esserne coscienti e per accorgersi che nella specie, per così dire, tutti i nodi siano irrimediabilmente venuti al pettine.

Nella ventennale contesa fra politica e giustizia due sono stati i punti nevralgici fondanti il cosiddetto attivismo giudiziario: l’uso indiscriminato delle intercettazioni telefoniche, anche se indirette o casuali, impiegato patologicamente pure al fine di fare emergere in via giudiziaria la responsabilità (non già penale, bensì meramente) politica della parte intercettata; il ricorso alla lacuna normativa, anche se artificiosa, impiegato patologicamente al fine di penetrare direttamente nel tessuto legislativo e di surrogare l’attività del legislatore. Si tratta di questioni ben note, la cui mancata soluzione non è stata politicamente casuale; di certo essa ha consentito il perdurare di quell’incertezza istituzionale che ha nutrito il feroce e inconcludente bipolarismo vigente e che ha alimentato gli indicibili sprechi e la vertiginosa crescita della spesa pubblica. Significativo, al riguardo, è lo sferzante giudizio che il ministro Passera ha pronunciato al Meeting di Rimini: “Ci siamo mangiati 500 miliardi di proventi di privatizzazioni, di frequenze e cessioni di immobili. Se li avessimo utilizzati bene a quest’ora lo spread era a zero”.

Orbene, proprio l’impiego di tali irrisolti espedienti giudiziari è all’origine del conflitto fra Quirinale e Procura palermitana. A essere in discussione, ancora una volta, è la legittimità dell’impiego giudiziario delle intercettazioni indirette, con l’unica differenza che le conversazioni casualmente captate questa volta concernono il Presidente della Repubblica; ipotesi, questa, che, mancando di apposita regolazione e presentando una specifica lacuna normativa, è stata colmata dai pm secondo la disciplina generale, nel convincimento che l’irresponsabilità presidenziale non possa sconfinare nella sostanziale inviolabilità delle relative azioni.

A ben vedere, tuttavia, la mancata soluzione dei nodi problematici sottesi al conflitto fra Quirinale e Procura palermitana non è solamente di ordine giuridico. C’è un assordante silenzio storico e politico sulle origini della Seconda Repubblica, che certamente provoca e amplifica ogni dubbio al riguardo. 


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