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VITTADINI/ Italia al palo, liberiamo Steve Jobs

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Scommettere che ciò che si perde in termini di spesa pubblica lo si guadagna in nuovo sviluppo che crea nuovo lavoro: più investimento, meno rendita.

 

Nessun governo, finora, ha avuto il coraggio di attaccare le rendite

 

Tutti gli esecutivi della seconda repubblica, come quelli della prima, hanno avuto paura che tagliando la spesa pubblica si ponesse fine al welfare universale, infierendo sulle fasce più deboli come avviene negli Usa. Così non hanno attaccato le rendite.

 

Berlusconi ha avuto tutto il consenso necessario. Perché non ha tagliato la spesa pubblica?

 

Guardi, uno dei problemi più grossi che oggi sconta l’Italia è proprio la mancata rivoluzione liberale che avrebbe dovuto fare il governo Berlusconi. Gli italiani hanno dato al Cavaliere la maggioranza più ampia della storia repubblicana, credo per questo. Al di là dei suoi noti limiti e dei limiti dei suoi governi, comunque, il problema è che non può esserci rivoluzione partendo dall’alto. Bisogna rispettare il principio di sussidiarietà: liberare le energie presenti nel corpo sociale. Invece che lavorare per aumentare libertà e competizione virtuosa, si è pensato che bastasse rinforzare il potere di un uomo solo al potere.

 

Lo schema dell’uomo della provvidenza ha fallito?


Nel fare sussidiarietà si perde potere politico. Perché viene meno la mediazione.

 

Quale?


Nel 1987, don Giussani fu invitato ad Assago a tenere un discorso al congresso della Dc lombarda. Erano presenti i maggiorenti del partito. Don Giussani disse loro: “La politica non ha il compito di prendere i desideri delle persone e organizzarli. Ma deve sostenere le formazioni sociali in cui questi desideri si esprimono, secondo il principio di sussidiarietà”. Al governo Berlusconi è mancata la valorizzazione di ciò che è fuori dalla politica: del resto, tutti i partiti, nessuno escluso, negli ultimi 20 anni si sono contraddistinti per un distacco progressivo dai corpi intermedi che determinano crescita ed equità dal basso, con i loro ideali e interessi.

 

Gli interessi?

 

Si. La politica deve essere una rappresentazione trasparente di ideali e interessi. I deputati devono lavorare nelle commissioni parlamentari per questo: rappresentare ideali e interessi delle persone, dei corpi sociali, delle aziende, dei territori. Eppure, secondo certa ipocrisia dominante, tutto questo è clientelismo. Invece no! E’ il cuore della politica: la rappresentazione di ideali e di interessi. Poi succede che spunta una direttiva Ue che ci danneggia e ad esempio, c’è chi urla: “ci uccidono la pizza col forno a legna”. Ecco, il vero lavoro politico legislativo da fare è questo; tutelare gli interessi: la nostra pizza col forno a legna…

 

Il deputato come espressione di interessi di parte?


Di interessi e ideali, in modo trasparente e costruttivo. La questione cruciale è che l'interesse sia difeso per un bene di tutta la collettività, cioè per un ideale vero e non per una rendita corporativa appunto. Ciò avviene se si premia chi fa, come dicevamo prima.

 

Sul lavoro lei ha detto “bisogna distinguere nettamente tra precariato e flessibilità”. Come?

 

Uno dei miei maestri, Marco Martini, ha coniato questo slogan: “Dal posto al percorso”. In alcuni settori, la durata degli impieghi a tempo determinato finisce per essere più lunga di quella dei lavori a tempo indeterminato. Succede perché la gente vuole cambiare per migliorare. Nei settori più avanzati l’obsolescenza media della tecnologia è 5 anni: molti assunti stanno in un posto per imparare una nuova tecnica e poi vanno altrove per migliorarsi. Ecco, questo non è precariato, è flessibilità.

 

Ma in questi casi è la dinamica del mercato che fa la differenza tra precariato e flessibilità.

 

E’ così. E la normativa deve cogliere questa differenza. Deve capire quando si usano i contratti a termine per abbassare solo il costo del lavoro e quando, invece, certi contratti sono positivamente flessibili, in funzione di un percorso. In Lombardia, in media, il 79% dei lavori a tempo determinato diventa, dopo 42 mesi, a tempo indeterminato. Una dinamica interessante.

 

Un paradiso…

 

Ovviamente no. C’è poi un secondo mercato del lavoro, quello dei deboli, dei 50enni espulsi dalle aziende. Questo mercato ha necessità di maggiori tutele.

 

La riforma del lavoro, firmata Elsa Fornero, ha distinto il lavoro precario da quello flessibile?

 

No, perché ha irrigidito l’entrata nel mercato del lavoro. Oggi in Italia il tasso di attività, che misura la percentuale di cittadini che cercano lavoro, è il più basso d’Europa. Molta gente il lavoro neanche lo cerca. La riforma Fornero questo non lo ha tenuto presente.

 

Perché?