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BILANCI CAMERA/ Una "trovata" per non fare la legge elettorale?

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Dunque, da una parte, le società di revisione non sono il balsamo salvifico; dall’altra, quel dibattito ha qualcosa da insegnare circa il criterio di individuazione del titolare del controllo, per superare l’antico problema: “chi controllerà i controllori?”. E quello di cui è più recente consapevolezza: “come impedire che il controllato ‘catturi’ il controllore?”. La proposta di modifica del Regolamento della Camera oggi prospetta la scelta della società di revisione attraverso una “procedura di evidenza pubblica”: v’è da augurarsi che la soluzione si riveli adeguata nella fase della messa in opera.

Ancora: si può fare già il punto sulle soluzioni normative apprestate dalla legge n. 96 del 2012, valutandone l’efficacia alla luce delle trasformazioni intervenute nel mondo dei “controllati”?

Sta venendo, infatti, alla luce che il legislatore, nel disciplinare i controlli, ha pensato a un universo dei partiti – soggetti a struttura “tradizionale”, cui imporre una moderazione delle tendenze oligarchiche – che in realtà era in rapida trasformazione e differenziazione, e che ormai per larga parte non esiste già più.

Si consideri: quali controlli sul reperimento e sull’uso delle risorse si possono imporre al “partito personale regionale” (forte concentrazione della leadership intorno al suo capo sostanziale che è anche al vertice dell’ente Regione), quando l’intero sistema economico che gravita intorno a esso e ne sostanzia l’organizzazione è di tipo “informale”? Quali controlli sono possibili su partiti non più oligarchici, ma autocratici, la cui leadership si incentra sulla disponibilità monopolistica di un brand commerciale, e le cui forme di finanziamento sono del tutto inconoscibili?

E si tratta di stabilire quali rapporti intercorrano tra questi partiti, di tipo nuovo, e i corrispondenti gruppi parlamentari (o singole componenti interne a essi): rapporti così stretti da fare del finanziamento dei gruppi parlamentari null’altro che una strategia dei partiti per ottenere quanto maggiori risorse pubbliche a tutti i livelli in cui sono chiamati ad operare. Sotto questo profilo, si imporrebbe uno stretto raccordo – quanto a soggetti e modalità – tra disciplina regolamentare del controllo sui gruppi parlamentari e disciplina legislativa dei bilanci dei partiti.

V’è poi una seconda grande questione, più di fondo. Una legislazione poco consapevole e prodotta sotto la pressione delle retoriche antipartitiche conduce inevitabilmente a esiti di bassa qualità e di inefficace applicazione. Per converso, occorrerebbe da parte del Parlamento una dimostrazione inequivocabile di capacità e di unitario “spirito repubblicano”.

Quanto ciò sia difficile è dimostrato anche dalla vicenda della revisione del regolamento della Camera in materia di controllo sui bilanci dei gruppi: sintomo inquietante, mentre il Parlamento è chiamato all’impegno, ben più gravoso, di approvare una nuova legge elettorale.

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