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VITTADINI/ Una grande intesa su welfare e bene comune

Giorgio VIttadini (Infophoto) Giorgio VIttadini (Infophoto)

È chiaro va ribaltata la visione hobbesiana negativa di uomo, nella quale l'individuo non è in grado di affermare il bene comune, prerogativa invece dello Stato o della fantomatica mano invisibile del mercato per regolarsi, per riproporre invece una visione antropologica positiva di uomo relazionale, responsabile, educato da realtà sociali. Un essere umano che, per dirla con il Nobel Kenneth Arrow, tempera il perseguimento dell’utilità individuale con i "desideri socializzanti", formulando cioè obiettivi comuni con altri uomini.

"È inutile girarci intorno", continua Vittadini, "se non cambiamo modello, i servizi pubblici forniti dallo Stato ce li chiude il Fondo monetario. Ma non ne usciamo con modelli meccanicistici: serve una grande scommessa sulla sussidiarietà. Perché per raggiungere l’ottimo, un reale benessere per la persona, anche nei servizi di welfare, ci si deve affidare a realtà che operano con scopi ideali al livello più prossimo dei bisognosi. Progetti come la social card o altri simili sono falliti per questo motivo".

Questioni estranee al dibattito politico, o almeno di una politica che teme di perdere potere a favore dei cittadini o di chi ha realmente rappresentanza. Per questo, Vittadini lancia quasi un appello: "Il bene comune si persegue con compromessi virtuosi tra realtà diverse. Dividersi non serve: riconosciamo che cosa è bene comune, mettiamoci d’accordo su cosa è bene per l’Italia. E lavoriamo per realizzarlo". Welfare a parte, in ogni caso un metodo anti crisi.

 

(Massimo Calvi)

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