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DALLA CINA/ Lao Xi: all'Italia conviene un nuovo accordo con la mafia

Il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia (InfoPhoto) Il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia (InfoPhoto)

L’ordine di un alto rappresentante dello stato alla mafia per l’uccisione di Borsellino è alto tradimento, il resto sono purtroppo sconfitte tattiche. Il nemico, giustamente dal suo punto di vista, approfitta delle comprensibili divergenze di opinioni sulle strategie da adottare. In un quartier generale ci sono sempre divergenze tra le strategie. Ma un generale che vuole andare a nord mentre l’altro va a sud non significa il tradimento dell’uno o dell’altro. Se così fosse non ci sarebbe dibattito, essenziale anche nella gerarchica struttura militare per decidere le strategie opportune.

Che questo dibattito nello stato tra, diciamo per esemplificare, Borsellino e Mori sia rimasto segreto è stato forse un vantaggio per lo stato. Il dibattito pubblico ai tempi del rapimento Moro fu uno slabbramento dello stato davanti ai terroristi, un segno di debolezza. Che 15 anni con la mafia lo stato non abbia dibattuto in pubblico le sue divisioni è stato per il paese, per il mondo e per la mafia un segno di maggiore forza rispetto alla trattativa con le Brigate rosse.

C’è poi un altro problema politico dietro le tesi di Ingroia, ed è una questione di struttura di comando. Chi decide il da farsi, la strategia sul campo di battaglia della mafia? Chi è l’ultimo rappresentante della legge e dello stato nella lotta alla mafia, un generale, un politico o un magistrato? Dato che l’Italia non è un paese con una struttura leninista non c’è una risposta chiarissima a tale quesito, perché non c’è chiara subordinazione del magistrato al politico o viceversa.

Quindi è impossibile dire con certezza se Borsellino avrebbe dovuto allinearsi a Mancino o viceversa. Tale incertezza impone quindi che l’Italia o decida di darsi una struttura leninista o fascista (che offroni i loro vantaggi) oppure che lasci in sospeso le occasioni di divergenza istituzionale, specie se rilevate 20 anni dopo. Le istituzioni stesse italiane sono costruite per essere in bilico e in maniera imprecisa, poiché si giudicò nella fondazione costituzionale che tale incertezza fosse preferibile alla certezza gerarchica di strutture fasciste o leniniste.  

Il fatto che oggi emergano tali problemi istituzionali da parte della procura di Palermo, anche a costo di un eventuale scontro con la massima carica dello stato, il presidente della Repubblica, pone due orizzonti di questioni molto delicate per il futuro dell’Italia.

1. Di fronte a cosa dovrebbe o potrebbe limitarsi il potere della magistratura? Se Mancino avrebbe dovuto accodarsi a Borsellino e non il contrario 20 anni fa, oggi la politica deve seguire la magistratura e non il contrario nella costruzione dello stato di diritto?

2. Quale è la soluzione vera, profonda e di lungo termine contro la mafia in Italia?

I due problemi sono collegati ma per economia di analisi forse possono essere trattati separatamente.

Nel problema 1 il fatto che la questione delle bobine delle telefonate tra Napolitano e Mancino la procura non abbia immediatamente “abbozzato”, ma sia andata avanti ponendo il problema alla Consulta è oggettivamente un conflitto di poteri. La si può leggere come un intervento arbitrario del presidente sulla magistratura o una insubordinazione della magistratura verso il presidente, ma in effetti si è rotta quella “intesa cordiale” che aveva legato presidenza e magistratura ai tempi di Mani pulite, il movimento che ha portato alla seconda Repubblica.

Da questo conflitto uno dei due poteri ne uscirà ridimensionato, la presidenza o la magistratura. Se vincerà il presidente, il potere politico della magistratura calerà e questo potrebbe avere anche ricadute nella lotta alla mafia e in altri ambiti, visto che i giudici rischiano di diventare più timidi. Questo è uno spauracchio che la procura di Palermo agita.


COMMENTI
06/09/2012 - Lao Xi è troppo sapiente (Vito Patella)

O questo Lao Xi è troppo sapiente (nel senso usato da San Paolo), o io sono stupido, o entrambe le cose, perché veramente non ho capito cosa voglia dire l'Autore in questo articolo. La Mafia (Cosa Nostra) è un'organizzazione criminale internazionale, quindi uno Stato sovrano "deve" combatterla, pena il venir meno della propria sovranità. Il punto, invece, che all'Autore neanche viene in mente è: se Cosa Nostra è internazionale, quanto di italiano c'è in quella determinata azione, e quanto, poniamo, di americano,nel senso di (ipoteticamente) USA (o di un altro Paese)? Nel 1943, Cosa Nostra, in Sicilia (Salvatore Lucania, in primis) per chi lavorò? E nel 1992-1993?