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SCENARIO/ Il Monti bis, lo "schema 33" e la tentazione di Berlusconi

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Tutti fermi in attesa che la propaganda lasci il posto alla concretezza. Sarà un fine settimana all’insegna delle feste di partito quello che attende la politica italiana: Festa democratica che chiude a Reggio Emilia con il discorso di Bersani. Festa dell’Udc a Chianciano con Casini che lancia la sua “Lista per l’Italia” in continuità con Monti. E infine quel che resta della Festa Tricolore tanto cara a Gianfranco Fini che lotta per la propria sopravvivenza politica.

All’appello manca solo Berlusconi, atteso venerdì prossimo a Roma da Giorgia Meloni dalla tradizionale Festa dei giovani, “Atreju”, che dovrebbe finalmente – dopo tanti tira e molla – dire una parola un po’ più chiara sulla sua reale intenzione di candidarsi per la sesta volta a Palazzo Chigi.

Al netto delle decisioni del cavaliere, e tranquillizzato sul versante economico dalle parole di Monti e dalle decisioni di Draghi, i partiti la prossima settimana sono attesi alla prova del fuoco della legge elettorale, quelle regole del gioco che mancano per capire come organizzarsi in vista di una sfida che è ormai chiaro si giocherà nei primissimi mesi del prossimo anno. Quelle regole del gioco che definiranno alleanze e coalizioni.

Le posizioni rimangono distanti, i nodi da sciogliere sempre gli stessi, la scelta fra preferenze e collegi e la destinazione di un più o meno consistente premi di maggioranza.

Una cosa è certa: dopo gli anatemi di Napolitano e i richiami di Monti i partiti farebbero una figuraccia nel lasciare tutto com’è. In più, votare con il “porcellum” avvantaggia una sola forza politica, il Pd, che si sente già primo partito e che – a differenza del Pdl – ha l’orizzonte di organizzare intorno a sé una coalizione, quantomeno con Sel, e forse anche con verdi e socialisti.

Secondo gli sherpa del Pdl al tavolo della trattativa è il Pd a essere meno disponibile al necessario compromesso, proprio perché tentato di lasciare le cose come stanno. I berlusconiani su questo tema sentono vicina la sensibilità dell’Udc e non lontana quella della Lega. Da qui la tentazione di andare in aula, dove – almeno al Senato – una maggioranza pro preferenze e pro un premio di maggioranza limitato al massimo al dieci per cento e assegnato al primo partito, non alla coalizione.

La risposta del Pd è che le preferenze potrebbero alimentare non solo  il clientelismo, ma anche la  corruzione, e non solamente nelle regioni meridionali. E, quanto al premio di maggioranza, questo dev’essere lo strumento che permette di formare un governo solido, e quindi non ha segno assegnarlo al partito più votato. Deve andare alla coalizione ed essere almeno del 15 per cento. 



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