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CL & POLITICA/ Sapelli: la lezione di don Giussani, i valori e l'unità "sbagliata"

Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio) Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)

Se così non fosse ogni testimonianza perderebbe il suo essere testimonianza di vita attiva che lavora per testimoniare la fede nella teodicea, ossia nella salvezza. Ebbene, non esiste una teodicea di gruppo o di comunità. La salvezza è sempre e solo una salvezza possibile personale e che sfida l’essere umano in ogni momento della sua vita. 

Questo impone una interrelazione ma anche una separazione tra le sfere, se vogliamo che esse siano irrorate dalle diverse obbligazioni a cui ci doniamo. Se abbiamo delle obbligazioni sacramentali o che ci destinano a una trascendenza testimoniale di salvezza comunitaria, non possiamo porre questa testimonianza comunitaria a rischio per gli errori che come persone possiamo compiere. Il curato di campagna di Bernanos testimonia la sofferenza della solitudine dell’appartenenza al sacramento sacerdotale e non può condividere questa testimonianza con l’assunzione di corresponsabilità pubbliche, che nella loro strada incontrano inevitabilmente l’ostacolo della mediazione e del compromesso connaturato alla politica. Il potere viene dopo: prima vi è il compromesso e la mediazione imposta dalla convivenza con coloro che la chiamata non sentono e che dalla chiamata non sono raggiunti. 

Questa è la libertà, questo è il pluralismo che per troppo tempo teologicamente le chiese cattoliche e protestanti hanno negato. Chi si sente chiamato come destino ultimo e totalizzante alla vita sacramentale o devozionale, deve astenersi dalla vita politica attiva: si limiti a quella passiva, interiore come interiore può essere ancor più grande la libertà. Scendere nell’agone politico senza questa consapevolezza pone a rischio la vita stessa della Chiesa e pone le basi per la tracimazione dell’errore individuale in errore comunitario, perché l’esperienza dell’angelo caduto è ogni giorno presente nella nostra vita. Quindi, se esiste un’identificazione tra politica ed esperienza non devozionale, si badi bene, ma ontologicamente sacramentale, essa non deve essere. 

Il cristiano può scendere nell’ agone politico, certo, ma solo con se stesso e la propria coscienza e la propria fede per difendere il sistema di valori non negoziabile su cui la politica deve essere campo non di mediazione, ma di convivenza della differenza weberianamente valoriale e habermasianamente intesa come spazio di pubblica argomentazione. Accanto alla non negozionabilità dei valori ultimi dell’esperienza post-secolarizzata che rinasce, esistono infinite scelte di libertà che impegnano il cristiano come persona e come persona libera che agisce, mosso dal servizio e dalla spinta alla santificazione della politica attraverso la propria testimonianza. Dove non esistono valori non negoziabili le scelte sono infinite: dalle utopie rivoluzionarie alle tracimazioni reazionarie.