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Politica

SPILLO/ Berlusconi, Monti, Bersani: veri o falsi riformisti?

Silvio Berlusconi con Mario Monti (InfoPhoto)Silvio Berlusconi con Mario Monti (InfoPhoto)

Almeno nelle intenzioni e nei progetti, democrazia e socialismo erano il comune obiettivo del riformismo socialdemocratico e della visione rivoluzionaria dei comunisti. A questa visione, che stava alla base di ogni forza politica di sinistra, si è contrapposto nel corso della stessa fase storica il riformismo liberale e giacobino che assumeva come centro propulsivo di ogni cambiamento politico il valore assoluto dell’individuo e della sua libertà proponendo di ridurre al minimo la presenza dello stato nell’economia e affidando al mercato e alla concorrenza la crescita della ricchezza e del benessere. Per i riformisti liberali il cambiamento si realizzava principalmente sul terreno politico amministrativo − e oggi potremmo dire prevalentemente tecnico − della semplificazione massima della legislazione e del peso della cosiddetta burocrazia pubblica. Naturalmente nella via rivoluzionaria o riformista della sinistra era decisivo il valore dell’eguaglianza sostanziale e della priorità del bene comune, mentre viceversa nel riformismo liberale l’inizio e la fine di ogni processo economico era l’individuo proprietario e l’espansione del suo capitale. 

Dopo l’’89 e la caduta del muro di Berlino, il riformismo è tornato alla ribalta assumendo sempre più la connotazione di un’offensiva neoliberale contro tutto ciò che aveva rappresentato in forme diverse la tutela pubblica del lavoro umano. Si comincia, come è facile ricordare, con l’edonismo reganiano che celebra il trionfo del godimento privato e della funzione produttiva della competizione economica. Dopo il successo di questa linea di pensiero, che tende a liquidare lo Stato sociale e ogni forma di tutela del lavoro, con la caduta del muro di Berlino scompare ogni forma di distinzione fra le due forme di economia contrapposte. 

La parola riformismo è diventata una parola assolutamente vuota come dimostra il fatto che a partire dalla grande riforma craxiana a questa parola magica non corrisponde più alcun contenuto determinato. Dirsi riformisti non significa più niente, anzi per certi aspetti la parola nel contesto globale in cui si iscrive echeggia per lo più gli orientamenti di fondo della liberalizzazione totale del capitale finanziario. L’austerità e il risparmio sociale imposto attraverso il fisco sono il pedaggio necessario che ciascun popolo deve pagare ai nuovi dèi dell’economia finanziaria. Tutte le destre neoliberiste possono così tranquillamente dichiararsi “riformiste”, come ha fatto allegramente il nostro precedente presidente del Consiglio che, non a caso, ha denominato il proprio movimento “polo della libertà”. Nessuno si preoccupa più di aggiungere qualche aggettivo alla parola riforma giacché è scontato che gli unici obiettivi della politica nazionale sono i conti pubblici e il pareggio di bilancio.

 Se qualche volta la parola riformista viene collegata con la parola progressista, la confusione diventa maggiore perché come aveva già profeticamente affermato Pasolini, la mera crescita economica della ricchezza nazionale non corrisponde a nessun vero progresso umano in una società in cui aumentano le povertà e i disagi di ogni natura. L’indifferenza con la quale vengono utilizzate da forze politiche e leader, che apparentemente si contrastano, le parole riformismo e progressismo non hanno più alcun valore dirimente ed è stupefacente come il dibattito politico, nonostante tutte le dichiarazioni contrarie, si risolve soltanto in uno scontro di persone e dei loro nomi usati da quasi tutti (ad eccezione del Pd) come simbolo di un contenuto politico inesistente.