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SPILLO/ Berlusconi, Monti, Bersani: veri o falsi riformisti?

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Silvio Berlusconi con Mario Monti (InfoPhoto)  Silvio Berlusconi con Mario Monti (InfoPhoto)

L’indice più drammatico del degrado di una civiltà è la corruzione delle parole. Essa consiste principalmente nella loro perdita di significato distintivo, nel senso che la parola viene adoperata indifferentemente da chiunque senza che introduca alcun contenuto nella comunicazione e alcuna distinzione nei comportamenti e nelle azioni a cui originariamente faceva riferimento. La parola corrotta è per certi versi sempre falsa, perché celebra l’ipocrisia di una comunicazione senza alcun contenuto determinato. 

Esempi paradigmatici sono oggi le parole “riforma” e “riformismo”. Basta leggere con attenzione i resoconti dei dibattiti politici o ascoltare i vari leader nei talk show. Tutti coloro che si propongono per governare il paese dichiarano di essere riformisti e progressisti per contrapporsi genericamente all’altra parte della società che viene altrettanto genericamente indicata come conservatrice e reazionaria. Anzi, dalla formazione politica che assume come connotato specifico la propria collocazione moderata viene prospettato il supermento definitivo dell’antica distinzione fra destra e sinistra, che sarebbe sostituita interamente dalla contrapposizione fra “riformismo” e “conservatorismo”.

 L’assoluta ambiguità di queste parole nel contesto attuale inaugura la stagione dei festival dell’ipocrisia che rendono sempre più opaca la scelta di coloro che sono chiamati a votare. Come Eugenio Scalfari ha scritto, tra la cosiddetta agenda Monti, proposta dai moderati, e il programma indicato dai democratici non ci sono differenze sostanziali che possono giustificare una reciproca alternatività, sicché lo scontro si riduce alla scelta della persona che dovrà assumere il ruolo di capo del governo. È proprio questo rilievo di sostanziale omogeneità delle proposte che falsifica di fatto la comunicazione politica attenuando o eliminando ogni differenza sostanziale tra le diverse posizioni. È questo precipizio verso l’indifferenziazione delle parole che produce lo scarto sempre più abissale fra la chiacchiera politica e la realtà effettiva delle condizioni materiali del popolo elettorale che viene chiamato al voto. 

Eppure la parola riforma insieme alla parola progresso sono state nel secolo scorso il terreno reale di uno scontro politico che ha lasciato a lungo tracce nel lessico della società. Come tutti spero ricorderanno, nell’ambito della sinistra ispirata comunque alla visione marxista dell’economia, la via riformista socialdemocratica si opponeva alla via rivoluzionaria dei comunisti pur ponendosi lo stesso obiettivo finale: la progressiva riduzione della proprietà privata a forme di collettivismo più o meno statalistiche. Nonostante la differenza dei metodi - la graduale o al contrario l’immediata violenta presa del potere -, i due orientamenti erano comunque espressione dello stesso orizzonte condiviso: la fiducia che il progresso e lo sviluppo delle forze produttive avrebbero determinato una crescente disponibilità di risorse e allo stesso tempo una più ampia partecipazione alle decisioni che orientavano l’azione politica.


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