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Politica

ELEZIONI 2013/ Tra Gaber e Churchill, c'è un'Italia (ancora) in cerca di politica

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Una scelta nel merito oltre la cultura dello sberleffo, in uno Stato democratico, non è una scelta etico-morale da chiudere a chiave nei salotti della cultura radical chic o delle minoranze liberali, ma il sale della democrazia: l’intuizione del peso specifico che il tempo esprime con forza nelle molteplici realtà del paese che, dalle imprese alla scuola, dal no profit alle banche, può diventare la ricchezza imprevista della discussione politica.

Talvolta appare logico pensare che, in fondo, la scelta “giusta” sia pane per gli eletti, per chi è vicino al potere e discute di politica economica dall’alba al tramonto. La sensazione che il popolo debba accontentarsi delle briciole che cadono dal tavolo degli oligarchi è proprio uno dei nemici della democrazia, fondata al contrario – si permetta una metafora – su un operaio, un economista e la famosa casalinga di Voghera, tutti seduti attorno a un tavolo per discutere le idee che ritengono prioritarie per l’Italia, senza dare per scontato chi possa avere gli argomenti più adeguati.

Da un sentimento di parziale confusione e inadeguatezza, sbuffando alla Fantozzi nel caos della frammentazione partitica, può alimentarsi una grande impresa: trovare nel quotidiano, nel tragitto metropolitano, nello studio e nel tempo del lavoro, i centimetri che distano da una decisione chiara, che non esuli dal dettaglio, e da un giudizio che – restio a soccombere imbrigliato nelle schede – travalichi la scelta elettorale e non permanga esclusiva dei soli elettori.

Bisogna sbatterci un po’ la testa, avere la pazienza di guardare per vedere e confrontarsi senza cedere il passo agli spauracchi, riscoprendo quanto grandiosa sia la posta in gioco per riguadagnare i motivi del partecipare di un popolo e della proposta personale nella società: tutti convocati, tra palco e realtà.

@TheQuaglia

 

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