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CL & POLITICA/ La lettera: un testimone delle elezioni del 1975

DARIO CHIESA partecipò alle elezioni amministrative del 1975. Fu Cl a proporgli di entrare in politica; in questa lettera spiega cosa lo convinse ad accettare

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Caro direttore,

sono uno di quelli che, provenendo dal movimento di Comunione e Liberazione, si presentarono alle elezioni amministrative del 1975, nella fattispecie per il comune di Milano. Non venivo dal mondo della politica, ma da quello del lavoro, di cui mi occupavo anche all’interno del movimento, avevo avuto esperienze nel sindacato e facevo il manager in una multinazionale, cosa che continuai a fare durante e dopo la mia esperienza politica. Perché entrai in politica e partecipai a quelle elezioni, per la cronaca quelle che determinarono la prima “giunta rossa” a Milano?

Perché mi fu chiesto, da amici cui tenevo e che ritenevo autorevoli per me, autorevoli per l’aiuto che da loro ricevevo per la mia vita. Tra questi amici c’era anche Don Giussani, con il quale si era instaurata una confidenza che non esito a definire filiale e, come normalmente avviene tra padre e figlio, segnata anche da scontri, reciproci, e ribellioni, da parte mia.. Che, tuttavia, come in ogni vero rapporto, non mutarono mai la nostra affezione nel suo profondo.

La richiesta partì da loro, la decisione fu mia e dissi di sì perché convinto di quella scelta e della responsabilità che incombeva sul movimento e più in generale sulla comunità cristiana. Questa responsabilità coinvolgeva tutti, che si entrasse o no in politica. Il ’68 aveva segnato profondamente la nostra società e anche CL, come tanta parte della Chiesa, ne era rimasta sconvolta. E c’erano già evidenti i prodromi di quelli che passeranno alla storia come “gli anni di piombo”.

Cosa, quindi, mi convinse? Quello che richiama, molto opportunamente, Salvatore Abruzzese nel suo commento al comunicato di Comunione e Liberazione sulla politica, cioè: “il diritto all’esistenza della comunità cristiana, cioè del diritto ad esistere e ad operare in conseguenza dell’esperienza fondativa alla quale si partecipa. Questo è un diritto universale, in qualche modo pre-politico e quindi essenziale ad ogni democrazia reale.

Mi apparve così chiaro che non vi sarebbe stata alcuna soluzione di continuità, se non “operativa”, con gli altri ambiti in cui vivevo da cristiano, in primo luogo il lavoro; anzi, per me questo era facilitato dal continuare a vivere in quei luoghi, non essendo un politico di professione.

Un altro aspetto, più contingente ma non per questo meno rilevante, aiutò la mia decisione: il fatto che la “corsa” sarebbe avvenuta dentro la Democrazia Cristiana. Paradossalmente, fino a quel momento non avevo mai votato quel partito, ma mi convinse l’argomento che la DC non poteva rifiutare al suo interno un’esperienza apertamente cristiana senza rinnegare la sua stessa identità. Ciò ci consentiva di tentare di essere pienamente noi stessi, di partecipare a pieno titolo, e non come tollerati, cittadini di serie B o, addirittura, trattati da utili idioti.


COMMENTI
24/01/2013 - Grazie per la testimonianza (Diego Perna)

Da uno che si chiama Chiesa non avremmo potuto aspettarci di meno, Chissà quanti tra coloro che scendono o salgono o rimangono nei secoli in politica, capirebbero sino in fondo, ma anche solo superficialmente, la frase di G.Paolo II, che comunque si può estendere per ogni lavoro, anche il più umile. Buona serata e buona fortuna

 
23/01/2013 - LA POLITICA RIDOTTA A FENOMENO PERSONALISTICO (mario bacigalupo braga)

Questo dibattito Cl/politica mi sembra sempre più da una parte tentare un'analisi storica della politica cattolica in Italia e dall'altra teorizzare non solo come un dato di fatto ma come normale l'incertezza del momento attuale. Difficile sbilanciarsi perché come gli improvvidi giudizi socio-politici del recente passato erano contro l'esperienza elementare di ciascuno (che ogni uomo ha e che da sola sa benissimo giudicare la corrispondenza o meno con le sue esigenze strutturali di verità e giustizia) così il non rendersi conto di un bisogno reale delle persone facendosi scudo di analisi dotte, ma che non colmano affatto né danno speranza a questo bisogno, rischia di rimanere un noioso esercizio di intelligenze. Il punto è un altro infatti: un vuoto. Un vuoto che guardandosi alle spalle non vede le tracce recenti di un' esperienza buona che si può ripercorrere (senza esperienza di bene da dove si può partire?), dall'altro non vede emergere una novità cui aderire. Ecco la sfida allora, favorire l'emergere di una esperienza verificabile di speranza anche in politica, come nella vita (o la politica, come sbagliando si dice della religione, non fa parte della vita? è un fatto personale, intimistico?). Come è difficile sostenere concretamente la speranza delle persone. Mi fermo qui non voglio dare facili ricette, ma vi invito a non eludere l'attesa e il desiderio che il tema pone, vi invito al coraggio della sfida che la realtà pone: le elezioni.

 
22/01/2013 - Cattolici italiani in politica: 50 anni deludenti (Giuseppe Crippa)

Ho letto con grande interesse quanto racconta il dott. Chiesa, ripensando a tanti lontani ricordi. La mia prima iscrizione ad un partito risale proprio agli anni ’70 ed anche per me il partito non poteva essere che la Democrazia Cristiana. Una DC allora già gravemente affetta, purtroppo, dal cancro di un “correntismo” che alimentava divisioni insanabili quanto immotivate e rivalità personali davvero squallide. Anche l’entrata nel partito dei giovani del Movimento Popolare non fu certo accolta (al di là delle belle espressioni di circostanza) con vero favore e d’altra parte il comportamento dei ciellini non fu differente da quello dei democristiani delle altre correnti. Credo che tutti i cattolici italiani che sono stati in politica negli ultimi 50 anni debbano rimproverarsi innanzi tutto la diffidenza reciproca: per questo mi auguro che almeno esperienze come quella dell’Intergruppo per la Sussidiarietà vengano replicate nelle Camere che andremo ad eleggere tra breve.