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CATTOLICI E POLITICA/ Violante: le "falangi" della Chiesa? Le vede solo Repubblica

Per LUCIANO VIOLANTE il politico cattolico può giustamente difendere, anche attraverso un voto contrario alle indicazioni di partito e seguendo i vescovi, la sua coscienza 

Luciano Violante (InfoPhoto) Luciano Violante (InfoPhoto)

Una falange cattolica che, in Parlamento, agisce su dettame dei vescovi: è la nuova preoccupazione del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, espressa dopo che Avvenire ha pubblicato un articolo con i nomi dei candidati cattolici presenti in tutti gli schieramenti. E dopo che, alcuni giorni prima, il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, aveva invitato i cattolici a votare, e a orientarsi, dentro e fuori dalla politica, secondo i principi eticamente non negoziabili (indicazioni ribadite, venerdì, dal cardinal Bertone). Abbiamo parlato di tutto questo con Luciano Violante.

L’articolo di Avvenire e le indicazioni dei vescovi sono davvero motivo di scandalo?

Francamente, sia nella pubblicazione dei nomi dei candidati cattolici che nell’asserire determinati principi noti e tipici della posizione della Chiesa cattolica, non vedo violazione delle regole democratiche. La fede religiosa fa parte della coscienza delle persone e, quando si parla di libertà di coscienza o di scelta di coscienza, si fa riferimento alla radice della identità morale personale. Qualcosa che non può che prevalere su qualsiasi altra appartenenza, compresa l’appartenenza a un partito politico. Naturalmente, chi dà indicazioni di  carattere politico entra nell'agone politico e deve accettarne le conseguenze.

Spesso la coscienza confligge con le indicazioni del partito.

Il voto di coscienza, previsto implicitamente o esplicitamente da tutti i parlamenti democratici, salvaguarda tale libertà. Significa che la Chiesa e i suoi pastori possono chiedere legittimamente un certo tipo di voto ai parlamentari cattolici. Ma questo, per il parlamentare, non può comportare un obbligo automatico di sottomissione; che, d’altro canto, la Chiesa non mi pare pretendere. Mi permetta di dire, infine, che la responsabile coscienza del singolo, a volte, può confliggere anche con una indicazione della gerarchia della Chiesa.

Quindi?

Liberissima la Chiesa cattolica, così come tutte le altre chiese, di chiedere un certo tipo di comportamento ritenuto coerente con la fede. Quando tuttavia, il messaggio arriva al parlamentare, se davvero è esplicitazione di un principio della sua fede, egli deve fare una verifica all’interno della propria coscienza. Solo dopo aver riflettuto sull’indicazione della Chiesa, e se dovesse ritenere un certo tipo di voto in conflitto con la propria identità religiosa (e non perché, semplicemente, glielo ha suggerito il vescovo), dovrà agire di conseguenza. Mediando, se possibile, il messaggio con tutti gli altri fattori che fanno parte del contesto in cui opera, quali le indicazioni del partito, il rapporto con l'elettorato, le sue responsabilità personali e le conseguenze pratiche del suo agire.

Lei è stato anche capogruppo alla Camera dei Ds. Come si comportò rispetto al voto sulle questioni etiche?