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DIETRO LE QUINTE/ C'è un patto a tre per mettere Berlusconi all'angolo

Gli attacchi reciproci tra Monti e Bersani, sui temi del lavoro e, da ultimo, di Mps, potrebbero nascondere una regia. Con l’aiuto dei giornali. Il commento di ANSELMO DEL DUCA

Silvio Berlusconi (Infophoto) Silvio Berlusconi (Infophoto)

L’ultimo motivo di lite è il Monte dei Paschi di Siena. Mario Monti che punzecchia il Pd e le sue innegabili responsabilità nel dissesto della banca senese, e i democratici che rispondono piccati, ma non troppo, con un diluvio di dichiarazioni dei loro generali e colonnelli. Ormai è un rosario quotidiano di scambi polemici fra il centro e la sinistra, praticamente su ogni tema, dall’economia ai temi etici, come le coppie omosessuali. Nichi Vendola, Stefano Fassina e la Cgil sono i bersagli preferiti del premier ormai da mesi, cordialmente ricambiate.

Divergenze sì, ma non troppo accentuate. Una scelta precisa e volontaria, probabilmente da entrambe le parti. Monti, almeno, lo ha ammesso candidamente, passeggiando ieri per corso Buenos Aires a Milano: affondare il coltello, anche in una vicenda oggettivamente imbarazzante per Bersani come quella della banca senese, ma senza eccedere perché “l’Italia ha bisogno di collaborazione”. 

Certo, il rischio di eccedere è sempre in agguato dietro l’angolo, ad esempio quando Bersani sostiene che il Professore sta cominciando ad assomigliare sempre più a Berlusconi. Ma è proprio il Cavaliere che sta facendo le spese di questo duetto Monti-Bersani. L’effetto è infatti quello di tagliare fuori dal dibattito politico il leader del centrodestra. Farlo sembrare marginale nel dibattito pre elettorale costituisce una manovra fondamentale per impedirgli un recupero che, seppur lento, c’è stato, quantomeno dallo show da Santoro in poi. 

C’è dunque un interesse comune a tenere Berlusconi “lontano dalla palla” per usare una espressione calcistica. Del resto, se il leader del Pdl si impossessa del centro della scena è ben difficile scalzarlo. Negli ultimi giorni però ha avuto il suo bel da fare nel chiudere - non senza difficoltà - le liste elettorali, e gli avversari ne hanno subito approfittato con una manovra a tenaglia cui dovrà reagire al più presto, senza attendere. La fase finale della campagna elettorale per cavar fuori dal cilindro quel “colpo a sorpresa” che terrebbe in serbo per una chiusura con il botto, stile 2006, quando promise nell’ultimo confronto tv l’abolizione dell’Ici.

Certo, i suoi due avversari più accreditati cercheranno in ogni modo di marginalizzarlo, secondo quel paradigma che Pierferdinando Casini ha teorizzato sin dal momento dello scioglimento delle Camere, e cioè che la scelta di fine febbraio è solo fra Monti e Bersani.

Centro e sinistra si scambiano reciproci attestati di legittimazione, anche perché la prospettiva di una collaborazione obbligata dopo il voto si fa sempre più concreta. Entrambi gli schieramenti sperano in un Berlusconi marginalizzato, e trovano molte sponde anche nei grandi giornali, dove nei titoli di apertura il Cavaliere appare da giorni solo per questioni legate alla giustizia. Basta scorrere con attenzione Repubblica, Stampa, Corriere della Sera, Sole 24 Ore e Messaggero per accorgersene.


COMMENTI
27/01/2013 - Complotto 2 (Daniele Scrignaro)

“Non bastava la persecuzione giudiziaria, povero Silvio, ce l’hanno proprio tutti con lui”, verrebbe da dire. “Adesso i cattivacci comunisti che se la fanno con il salva-banche, non se ne può proprio più”. Ebbene, sì, in politica si fanno e si disfano alleanze e i mezzi di comunicazione contano, cioè, tattica e immagine. Con queste regole in Germania la CDU (Unione cristiano democratica, dal 1945, tipo UDC e parte del PDL) ha governato l’intera legislatura 2005-2009 con il SPD (Partito social-democratico, dal 1875, tipo PD) e assieme sono usciti da una profonda crisi economica; ora, sta governando dal 2009 con il FDP (Partito liberale democratico, dal 1948, tipo l’altra parte del PDL). Si chiama democrazia. Un unico partito con la maggioranza per cambiare da solo Costituzione etc. – come chiede Berlusconi –, si chiama dittatura. In Italia i programmi elettorali (patti, contratti), a giudicare dalle percentuali risibili con cui sono portati a termine, sempre per colpa di qualcun altro, sono solo specchietti per allodole e gli elettori non tengono conto del raggiungimento o meno dei risultati alle votazioni successive: si chiama ideologia o voto di pancia. Forse si capisce perché “forme di governo che valorizzino ciò che nasce dal basso, favorendo un nuovo sviluppo, imperniato sulla libertà delle persone e delle formazioni sociali, in un’ottica sussidiaria e solidale” (Vittadini, qui, 23 c. m.) non hanno spazio.