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LEGA-PDL/ D’Esposito (Il Fatto): l'accordo? Una finta da Prima Repubblica per 27 poltrone in più

FABRIZIO D’ESPOSITO ci spiega perché il contenuto dell’accordo raggiunto in seno al centrodestra rappresenta un banale artifizio semantico; Berlusconi, infatti, sa bene che non vincerà mai

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E’ finita a tarallucci e vino, era prevedibile. E, senza troppo sforzo, sono state salvate pure le apparenze: l’accordo tra Pdl e Lega soddisfa, formalmente, la condizione più vessatoria imposta da quest’ultima per siglare l’intesa. Berlusconi, cioè, non sarà il candidato premier della coalizione ma “solamente” il leader. In caso di vittoria, il presidente del Consiglio sarà indicato dal partito che avrà ottenuto più voti. Potrebbe essere, ha detto Berlusconi (che per sé stesso ha riservato la poltrona del ministro dell’Economia), Alfano. A Maroni, invece, è stata affidata la candidatura del centrodestra alla presidenza della regione Lombardia. Nessuno tra i protagonisti della partita lo dice, ma le ragioni reali del patto sono ben diverse da quelle ufficiali. Ce le svela Fabrizio D’Esposito, firma politica de Il Fatto Quotidiano.

Fino a poco tempo fa, la Lega sembrava intenzionata a condurre una battaglia di testimonianza e a correre da sola

Maroni si era caratterizzato per il distacco dall’ultima gestione familistica di Bossi, e per la conclusione dell’esperienza con Berlusconi. Aveva fatto intravedere, inoltre, la possibilità che la Lega potesse prescindere da Roma come fulcro della propria azione politica, fino al punto da ipotizzare di non avere neppure parlamentari. A un certo punto, tuttavia, è stato necessario fare i conti con la realtà politica.

Ovvero?

Benché aver ottenuto la candidatura di Maroni in Lombardia sia già di per sé un risultato storico, la strada dell’accordo con il Pdl, per una questione di sopravvivenza, era pressoché obbligata. L’unico modo per cercare di avviare una fase di ricostruzione del partito dopo la caduta di Bossi, era quello di cercare di limitare i danni, e di non risultare del tutto irrilevanti in Parlamento. Oltretutto, pesava la minaccia del Pdl che, se la Lega non avesse accettato l’intesa, avrebbe staccato la spina nelle giunte di Veneto e Piemonte.

L’accordo, in ogni caso, si può ritenere soddisfacente?

In realtà, si tratta di semplici artifizi semantici da Prima Repubblica. Berlusconi, infatti, afferma che non sarà il candidato premier quando sa benissimo pure lui che le chance di vittoria alle Politiche sono pressoché nulle. La stessa investitura di Alfano a candidato premier è tutt’altro che una legittimazione forte. Ospite di Radio Rtl, infatti, ha precisato come le funzioni del presidente del Consiglio si esauriscono nel fissare l’ordine del giorno del Consiglio dei ministri; chi, effettivamente, avrà un ruolo decisivo – ha, guarda caso, sottolineato Berlusconi - sarà il ministro dell’Economia.

Sta di fatto che se non vince non farà neppure il ministro