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CL & POLITICA/ Abruzzese: un'esistenza "non negoziabile" col potere

Pubblicazione:mercoledì 9 gennaio 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 9 gennaio 2013, 9.28

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Il recente comunicato stampa di Comunione e liberazione (Nota di Comunione e Liberazione sulla situazione politica e in vista delle prossime scadenze elettorali) rischia di essere rapidamente liquidato come una sostanziale marcia indietro, un ritiro di credenziali da parte di un’autorità centrale verso i propri rappresentanti, un chiamarsi fuori dal gioco nel momento in cui questo sembra diventare sempre più incandescente. Una lettura così riduttiva sembra rivelarsi tanto più plausibile quanto più si equipara il movimento ecclesiale di Cl ad una forza politica, attribuendogli così le stesse logiche e le stesse strategie (e quindi gli stessi apparati, le stesse regole di inclusione/esclusione, gli stessi obiettivi) che caratterizzano quest’ultima. Opporsi ad un tale tipo di riduzione appare, non di rado, una battaglia inutile: la politica costruisce un codice che non riconosce distinzioni, un alfabeto che non ammette traduzioni. 

In realtà nella società civile esistono forze che non sono affatto riducibili ai partiti o ai gruppi politici: in tal senso il documento non è affatto la difesa di un gruppo, né è riducibile ad una strategia di posizionamento alla vigilia dell’imminente confronto elettorale. Esso costituisce, al contrario, un’occasione per cogliere una verità essenziale, mai così preziosa come adesso per riformare e rifondare una società al bivio. 

Il documento afferma infatti il diritto ad un’esperienza non omologabile, non convertibile nella valuta universale dell’ordinario scambio politico. Esso attesta l’esistenza di qualcosa d’altro che fonda una forma di agire sociale ed un conseguente “bisogno di città” proprio di ogni credente. Non è un caso infatti se don Luigi Giussani, nel formulare il ruolo politico di ogni movimento religioso, parli del diritto all’esistenza della comunità cristiana, cioè del diritto ad esistere e ad operare in conseguenza dell’esperienza fondativa alla quale si partecipa. Questo è un diritto universale, in qualche modo pre-politico e quindi essenziale ad ogni democrazia reale. 

Una tale considerazione non ha nulla di marginale ed è gravida di conseguenze. La distinzione è decisiva: un movimento politico, al di là delle lotte specifiche che intraprende e degli obiettivi che persegue, non elabora necessariamente un’esperienza di vita; un movimento religioso, al contrario, non può farne a meno. Il primo può vivere essenzialmente delle proprie campagne d’opinione, il secondo non vi sopravvivrebbe per più di qualche mese. Nel primo l’esperienza di vita, la vita condivisa, è un valore aggiunto: può esserci, ma non in modo necessario né inevitabile. Nel secondo, al contrario, è il bene essenziale, l’unica ragione per la quale valga la pena di aderire. Si entra in un movimento politico per perseguire un obiettivo e un ideale, si entra in un movimento religioso per condividere un’esperienza che è anche un’appartenenza ed una memoria. 


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COMMENTI
09/01/2013 - Intervento Andrea Sartori (Costanzo Rossi)

qs. mi sembra una sciocchezza. Vedi la scelta di Mario Mauro che sostiene Monti dopo essere "cresciuto" nella famiglia pidiellina. La conferma che ognuno va dove vuole... e si prende anche le critiche che non vuole... Da una parte e dall'altra.

 
09/01/2013 - cl & politica (andrea sartori)

Bell'articolo; peccato però che, come dice Carron, se ci attaccano qualche motivo l'avremo dato. Se l'impegno politico viene dopo ed è responsabilità del singolo perché chi non ha aderito al PDL si è sentito come figlio di un dio minore?