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VOTO DI FIDUCIA GOVERNO LETTA/ Senato, il discorso integrale del premier

Pubblicazione:mercoledì 2 ottobre 2013

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Onorevoli senatori, nel 2014 l'Italia assumerà la presidenza del Consiglio dell'Unione europea, per l'unica volta in questo decennio. Quella precedente era nel 2003, 10 anni fa. La prossima volta sarà tra 15 anni. Il 2014 è domani. È un anno decisivo; un anno in cui non possiamo permetterci di far tacere o mancare la voce dell'Italia. Le parole crescita e lavoro saranno al centro del nostro semestre. Sarà il primo semestre della nuova legislatura 2014-2019. Dovremo fare, di quella legislatura europea, la legislatura della crescita dopo la legislatura dell'arretramento e della sola austerità che in Europa abbiamo vissuto dal 2009 ad oggi. Porteremo al centro dell'attenzione continentale una gestione attenta e solidale del fenomeno delle migrazioni, partendo dall'appello di Papa Francesco a Lampedusa. L'Europa riparlerà finalmente di Mediterraneo. Subito però scrolliamoci di dosso l'idea che stare in Europa voglia dire «fare i compiti a casa». L'Europa non è un compitino, è un cammino dei popoli, in cui l'Italia non deve mettersi da sola dietro la lavagna, ma agire da guida, perché l'Italia può farlo. In questi mesi abbiamo dimostrato, onorevoli senatori, che nei cambiamenti dell'Europa l'Italia può essere protagonista. Abbiamo portato l'Europa, con una iniziativa italiana, ad affrontare il grande dramma del nostro tempo: la disoccupazione giovanile. Oggi possiamo e dobbiamo fare di più, anzitutto su difesa e sicurezza e sulle politiche industriali, per raggiungere l'obiettivo di far arrivare il nostro manifatturiero al 20 per cento del PIL entro il 2020, per far sì che un'industria più forte sia volano dell'innovazione. Anche per questo, al Consiglio europeo di fine ottobre punteremo tutto sullo sviluppo dell'Agenda digitale, tema fondamentale proprio per la competitività dell'Italia ed il recupero dei tanti, troppi, divari Nord-Sud. Onorevoli senatori, abbiamo il diritto di sognare gli Stati Uniti d'Europa, per noi e soprattutto per i nostri figli. Ma non è più tempo solo di sogni. La buona battaglia per l'Europa, che segnerà l'Europa dei prossimi 15 anni, si gioca ora, nel 2004: come si muore di austerità, si può morire di timidezza, di assenza di leadership.

Abbiamo un'agenda ambiziosa per il 2014, sulla rotta Italia-Europa, fatta di appuntamenti urgenti ed irrinunciabili: penso all'attuazione della Garanzia giovani a partire da gennaio, con il lavoro necessario sui centri per l'impiego, e al piano per l'edilizia scolastica con la Banca europea per gli investimenti. Sono politiche pubbliche italiane ed europee che valgono oltre 2 miliardi di euro per il nostro Paese. L'Italia può arrivare forte e credibile al 2014 quando guideremo l'Europa per costruirla (e raccontarla) più unita, più solidale e più vicina ai cittadini. Ma non c'è influenza senza credibilità. Credibilità vuol dire conti in ordine, stabilità politica, obiettivi politici chiari. Possiamo scegliere di chiuderci nel nostro cortile delle lotte di politica interna oppure possiamo giocare all'attacco, impegnando tutte le nostre carte su quell'unione sempre più stretta tra i popoli europei, in cui intendo impegnarmi nei prossimi mesi. La nostra prova arriva adesso: dimostriamo all'Europa intera, con il nostro ambizioso semestre, che non è un caso che il Trattato dal quale ha preso le mosse quella che poi sarebbe diventata l'Unione sia proprio il Trattato di Roma, il Trattato firmato a Roma, il Trattato firmato in Italia. Signor Presidente, onorevoli senatori, il Paese - e vado a concludere - è stremato dai mille conflitti di una politica ridotta a cannoneggiamenti continui da un fronte all'altro, una politica tanto più rissosa quanto più immobile, ripiegata su se stessa, sorda ai veri interessi di chi dovrebbe rappresentare: gli italiani. Questa è l'occasione giusta per dire basta. L'appello che rivolgo a tutti quanti siedono in quest'Aula lo rivolgo in primo luogo a me stesso: basta con la politica da trincea, concentriamoci finalmente solo su ciò che dobbiamo fare, sulle risposte concrete che il Paese si sta persino stancando di chiederci e che invece ha il pieno diritto di rivendicare: le risposte che si attendono le donne (e so bene che il nostro decreto contro il femminicidio è importante, ma è sul terreno delle pari opportunità, della vera applicazione delle pari opportunità, che dobbiamo muovere in maniera sempre più incisiva); le risposte che dobbiamo dare in materia di ambiente; le risposte che dobbiamo dare in materia di contrasto alle mafie, di quel presidio all'ordine pubblico e della legalità che in questi mesi è stato uno dei capisaldi della nostra azione; le risposte che passano per ulteriori investimenti seri nella scuola, nella ricerca, nella cultura e nell'università. Onorevoli senatori, coraggio e fiducia è quello che torno a chiedervi. Mi appello oggi al Parlamento, mi appello al Parlamento tutto. Dateci fiducia per realizzare questi obiettivi; dateci fiducia per tutto ciò che si è fatto e si è impostato in questi pochi mesi, una fiducia che non è contro qualcuno. È una fiducia per l'Italia, una fiducia per le italiane e per gli italiani, una fiducia per tutti coloro che aspettano dal Parlamento, dalle istituzioni, dalla politica comportamenti, parole in base ai quali orientare le proprie scelte e su cui fondare ciò che abbiamo il dovere di restituire ai nostri figli: la speranza. L'11 marzo del 1947 un grande liberale, Benedette Croce, si rivolse in Parlamento ai suoi colleghi costituenti, nell'Assemblea costituente, con le stesse parole che io vorrei oggi qui sommessamente rivolgere ad ognuno di voi, personalmente prima che decidiate se votare il si o il no alla fiducia. Diceva Benedetto Croce: «Ciascuno di noi ora si ritiri nella sua profonda coscienza e procuri di non prepararsi, con il suo voto poco meditato, un pungente e vergognoso rimorso”.



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