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IL CASO/ Il padre (spacciatore), il figlio e il bidello: ecco la "normalità" che non vogliamo

Pubblicazione:venerdì 25 ottobre 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 25 ottobre 2013, 11.56

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Ora, a me interessa poco l’aspetto morale della vicenda – il padre che educa il figlio in un contesto familiare in cui tutti sanno che spaccia etc. – e ancora meno la cifra criminale della questione, lascio questi aspetti alla selva dei furori dei molti appassionati e delle moltissime appassionate (c’è una marea di donne a praticare questo nuovo sport e ad iscriversi a legge per fare poi la “criminologa”) del “profilo” criminale del tizio in oggetto e dei tizi come quello in oggetto; è, a mio avviso, molto rilevante e utile valutare, invece, i tratti dei deliri in campo.

Perché di delirio si tratta e riguarda non soltanto il padre spacciatore, ma anche il bidello e in qualche misura andrà a toccare, probabilmente, anche il ragazzino di 3 anni e mezzo.

Intanto, cos’è un delirio?

Nell’ultimo numero della rivista Mente e cervello, troviamo proprio un articolo, assai utile, così intitolato: L’abc del delirio. Bastano le prime frasi per inquadrare il nostro contesto: “Chi delira ha un vissuto interiore che sembra impazzito rispetto al mondo esterno. Secondo lo psichiatra svizzero Christian Scharfetter, i malati vivono in una realtà tutta loro, inconciliabile con quella concreta, una realtà a cui i soggetti, tuttavia, continuano imperterriti ad aggrapparsi”.

Ora, trasferiamo questa chiara definizione al nostro contesto.

Allora, abbiamo un padre che spaccia, in una famiglia che è il frutto di questa attività. Il figlio, a un certo punto, si accorge che c’è qualcosa che non va e, nello stesso tempo, forse, trova strano e in qualche modo affascinante il “lavoro” del padre e, dunque, “canta” col bidello della scuola materna. Il quale – sempre in quel contesto sociale e antropologico sopra descritto – che fa? Chiama il padre spacciatore e gli dice: “Tuo figlio mi disse questo”.

Lo va a dire al colpevole, perché, in quella realtà specifica, le persone si muovono così, non sempre, ma con una certa regolarità: di padre in padre, potremmo dire, “come se” la vicenda riguardasse il “bon ton” del figlio o comunque potesse riguardare il padre che spaccia e allora il messaggio è: “Io ti ho avvertito, non ho colpa, risparmiami”.

Tre deliri in un unico processo: a) il ragazzino che spiffera quanto fa il padre, come se fosse o “normale” o “eccezionale”, in ogni caso decide che il referente debba essere un altro rispetto alla famiglia (esce dal delirio o è un frutto del delirio familiare?); b) il bidello riferisce al padre autotutelandosi e, insieme, lanciando un messaggio al medesimo: “Ma che combini con tuo figlio? Che fa? Va a parlare con altri della tua attività? Ma che famiglia è la tua?” (Appunto: che famiglia è la tua?); c) lo spacciatore, e qui arriviamo allo scollamento dalla realtà, tipicamente delirante: al ragazzino va tolta la playstation, così impara”. La domanda è: a fare che?



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