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SPILLO/ Sapelli: ecco cosa cambia con la fine di Berlusconi

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

Tutti parleranno in questi giorni della fine di Berlusconi. E sicuramente in questa affermazione c'è una parte di vero. In verità si tratta di una fine più giudiziaria che politica. O meglio si tratta dell'intreccio tra una fine giudiziaria e una fine politica, perché dalla fine giudiziaria è nata una disgregazione del partito personale. 

La vera novità è questa. Il che vuol dire che solo personale il Popolo delle libertà non era come partito. In verità era la conservazione e la riattualizzazione di tutte le subculture politiche anticomuniste italiane che avevano trovato una nuova ideologia dinanzi al fallimento storico sia della sinistra postcomunista sia della sinistra postdemocristiana. Fallimento in primo luogo nella politica economica, perché un fallimento è stato quello di Clinton e di Blair e della loro deregulation, che incrociando la sovraproduzione da new economy  degli anni 90 ha scatenato la più grande crisi mondiale del capitalismo che sia mai avvenuta. 

Il berlusconismo ha rappresentato la reazione sovversiva al fallimento di questa politica delle sinistre e della politica europea di stampo teutonico. È chiaro che il governo Letta e il presidente Napolitano rappresentavano e rappresentano il tentativo di risposta alle crisi prima enunciate su un terreno non sovversivo ma conciliativo tanto con l'Europa quanto con gli Usa. Gli americani possono sbagliare quando parlano al Cairo o a Damasco ma se avessero sbagliato in Italia non sostenendo sino in fondo Letta e i suoi seguaci, la quesitone sarebbe stata catastrofica. 

La pressione fu talmente forte infatti che anche Berlusconi fu costretto ad allinearsi, pena lo sprofondamento di lui e delle sue imprese sia nella crisi politica impersonificata da Grillo, sia nella crisi economica cristallizzatasi anche nei guai della galassia delle imprese berlusconiane, Mondadori in testa. 



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COMMENTI
03/10/2013 - Memoria corta (Vittorio Cionini)

Tutti sembrano dimenticare che il benessere che ci siamo costruiti é stato pagato con il debito pubblico più elevato di tutte le nazioni con le quali vorremmo confrontarci. Noi prima di tutti abbiamo inventato e praticato a piene mani il "quantitative easing" stampando lire come fossero depliants pubblicitari. Purtroppo questi soldi non sono stati "investiti" in beni meteriali durevoli (infrastrutture efficienti) e immateriali (PA snella e funzionante, istruzione di qualità, giustizia senza aggettivi, educazione civica) ma li abbiamo dispersi in infiniti torrenti e rivoli di spreco, corruzione e assistenzialismo. Si tratta di una immensa ricchezza presa a prestito e sperperata. Milioni di persone si sono abituate a vivere l'intera vita "lavorativa" fino alla pensione senza fare assolutamente nulla o pochissimo. Incapaci di esprimersi in modo comprensibile, di stringere un bullone, accendere un computer (non dico usarlo), svolgere correttamente una pratica, farsi il caffé o un uovo al tegamino. Milioni di giovani escono dalle scuole superiori senza saper leggere, scrivere e tanto meno "far di conto". Giocare con i telefonini e twittare stupidaggini non significa essere informatici. Pensare di cercare la soluzione (alias prolungare l'agonia) gravando di tasse il drappello sempre più sparuto di persone che producono ancora rimasugli di ricchezza reale é la manifestazione palese della generale stupidità che ci governa a tutti i livelli. Creare lavoro ? Dove ? Con chi ?

 
03/10/2013 - Grande centro (Giuseppe Crippa)

Il benessere che abbiamo ottenuto nel dopoguerra – del quale stiamo ora consumando quel poco che resta - lo dobbiamo comunque al grande centro.

 
03/10/2013 - commento (francesco taddei)

sarà un ritorno al passato: nuovo grande centro (benedetto da tutti, chiesa compresa) che lavorerà per padroni stranieri.