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Politica

POST BERLUSCONI/ Le tre (nuove) sfide di Letta per restare in serie A

EDMOND DANTÈS spiega perché l’Italia, dopo la fine di Berlusconi, dovrà riposizionarsi a livello globale, se non vorrà diventare un Paese del tutto irrilevante

Enrico Letta con Angela Merkel (Infophoto)Enrico Letta con Angela Merkel (Infophoto)

Il grande polverone sulla decadenza di Silvio Berlusconi, sul “caso italiano del Cavaliere”, è alla svolta finale, nonostante la furia del leader di Forza Italia. Tra scossoni, possibili scissioni e altre diavolerie, può anche darsi che la politica trovi un assestamento funzionale.

Ma l'Italia e il suo governo sono ancora in un metaforico carcere-castello di If. In questi giorni il mio compagno di prigionia, l'abate Faria, è diventato meno immaginifico e non parla più di tesori sotto l'isola di Montecristo. Sta invece ragionando sulla “strategia flessibile”, quella degli antichi “mandarini cinesi”, per consigliarla al nostro giovane presidente del Consiglio, Enrico Letta, e al suo grande tutore, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ci sono tre grandi problemi da affrontare e forse l'Italia li può superare, se si agirà con coraggio e accortezza.

A dispetto di quello che scrivono tutti i “gazzettieri” elettronici o cartacei, c'è innanzitutto un nodo internazionale da sciogliere. In questi ultimi venti anni di sconcertante seconda Repubblica non tutti hanno compreso fino in fondo che il mondo è completamente cambiato dai tempi quasi felici della “guerra fredda”. Oggi siamo alla vigilia di un riordino del sistema mondiale, con vecchi e nuovi protagonisti.

L'Italia può essere un comprimario, un ottimo comprimario del riordino mondiale, non un protagonista, ma può restare ugualmente in “serie A” e non scendere nella divisione inferiore. Lo sfondo di questo riordino mondiale è il grande accordo sul commercio transatlantico e ha due protagonisti indiscussi, Stati Uniti e Germania, che si ispirano a due politiche economiche al momento differenti. Ci sono, in questa grande trattativa, alcune sorprese, come quella del britannico David Cameron, che si è avvicinato stranamente ad Angela Merkel. E' ricca di incertezze e di doppi sensi questa manovra inglese. E' un tradimento verso i “cugini” americani o è il tentativo di una mediazione da grande protagonista?

Il problema, e l'interesse visto da parte italiana, è che il grande accordo transatlantico sia realizzato in tono poco trionfalistico, cioè sia un mezzo accordo, dove altri Paesi possono giocare un ruolo. Se tra Washington e Berlino si chiudesse un accordo secco, converrebbe far gestire la nostra politica economica, e forse anche quella complessiva alla Bundesbank. Ma è sperabile, ancora adesso, che gli americani, divisi dai tedeschi sulle grandi scelte economiche, guardino anche alla geostrategia e ritengano che un ruolo nel Mediterraneo a un Paese come l'Italia convenga preservarlo. Tutta l'area mediterranea, dal Medio Oriente al Magreb, è destabilizzata anche per una serie di scelte ideologiche e un po' schematiche operate dal presidente Barack Obama, magari appoggiato da qualche sgomitante francese di turno, sia post-gollista, sia socialista.