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CANCELLIERI/ Il magistrato: il ministro ha dimostrato di essere un ottimo "giudice"

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Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri (Infophoto)  Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri (Infophoto)

“L’iniziativa della Cancellieri è stata formalmente e sostanzialmente rispettosa delle norme vigenti, nella misura in cui non si è trasformata in un’ interferenza tale da influenzare la decisione del giudice competente”. Lo sostiene Guido Brambilla, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Milano, il quale sottolinea come “rapportarsi con i detenuti significa imparare prima di tutto ad essere se stessi, qualunque tipo di lavoro si faccia: magistrato, poliziotto, educatore, direttore delle carceri o ministro. La legge attribuisce a ciascuna di queste figure un certo margine di discrezionalità nelle scelte, ed è dunque fondamentale giocare l’umanità propria e del detenuto sempre al centro del lavoro che si fa”.

 

Per un magistrato di sorveglianza, che cosa significa rapportarsi con umanità ai detenuti?

Trattare con umanità l’altro è una conseguenza del modo con cui io guardo innanzitutto a me stesso. Se lo faccio a partire dall’amore e dal rispetto per la mia stessa persona, non posso come conseguenza non guardare anche l’altro nello stesso modo. Se io ho a cuore il mio io e sono consapevole dell’umanità ferita e del limite che vivo, allora potrò anche guardare l’altro senza giudicarlo. 

 

I magistrati per definizione possono decidere della vita delle altre persone. In che senso possono guardare al detenuto senza giudicarlo?

Guardare al detenuto senza giudicarlo significa innanzitutto non avere la presunzione che il bene sta da una parte (quella che giudica) e il male dall’altra (quella che viene giudicata). Tutti siamo peccatori. Anche se ciò non giustifica lo sbaglio, lo fa comprendere dentro uno sguardo più umano, dentro un cammino. E poi occorre saper usare bene gli strumenti messi a disposizione dalla legge per aiutare l’altro. Lo scopo del lavoro di un magistrato di sorveglianza è la rieducazione del detenuto, ma per me questo non vuol dire avere un progetto sull’altro. Aiutare l’altro significa innanzitutto incontrarlo ed entrare in un rapporto con lui, e ciò non può prescindere da aspetti concreti o apparentemente banali come il guardare negli occhi il detenuto durante il colloquio. Quando poi mi occupo di un fascicolo, so allora che non è soltanto un plico di carta, bensì il modo attraverso cui posso aiutare un’altra persona a ritrovare se stessa dentro a un rapporto.

 

Dove sta il limite tra rapportarsi con umanità con un detenuto e violare la legge?

E’ fondamentale per un magistrato che il suo intervento avvenga sempre nei limiti delle norme, ma la legge consente al giudice anche una certa discrezionalità di intervento, una certa libertà nel plasmare gli istituti giuridici tenendo conto delle diversità dei vari soggetti. Ho sempre visto il giudice di sorveglianza come un magistrato del “rapporto”. E’ cioè colui che cerca di vivere la giustizia come “aequitas”, non nel senso puramente formale del termine, ma come modulazione dello strumento giuridico rispetto alla vita dell’uomo. Quest’ultima cambia in base a diverse circostanze, perché l’uomo non è un’immagine scolpita nel legno.

 

Lei ritiene che il ministro Cancellieri sia rimasto all’interno di questi limiti o li abbia valicati?


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