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RENZI-PENSIERO/ Il "bravo ragazzo" che sfida Beppe Grillo, tra J. Kennedy e Steve Jobs

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Matteo Renzi (InfoPhoto)  Matteo Renzi (InfoPhoto)

Il “discorso della corona” del nuovo segretario presenta uno stile comunicativo e contenuti molto diversi da quelli dei segretari precedenti. Intanto, non è per nulla “introverso”, non guarda alle vicende interne di partito. E se lo può permettere, dall’alto del suo 68%. Le correnti interne non sono per miracolo scomparse, ma sono ammutolite o in fase di rapida ricollocazione. Il segnale è l’elezione di Cuperlo alla presidenza del PD, verso cui hanno spinto i “giovani turchi” - un mix di dalemiani e bersaniani - nonostante l’ostilità dichiarata di D’Alema verso questo assetto e le resistenze iniziali dello stesso Cuperlo. La retorica comunicativa sta tra John Kennedy e Steve Jobs: il PD come “casa sulla frontiera”, “essere ribelli”. Come non ricordare “the new frontier” di J. Kennedy alla Convenzione democratica di Los Angeles del 14 luglio 1960 e l’appello di Steve Jobs agli studenti di Stanford il 12 giugno 2005: “stay hungry, stay foolish”? Né mancano i toni gandhiani o forse più domestici dello scoutismo cattolico: cambiare la quotidianità, “partire dal cambiamento di sé”, “siate voi il cambiamento che vorreste vedere nel mondo”.

Il tema centrale è quello del “far la pace tra la politica e gli italiani”, essendo Renzi consapevole che i tempi del “kairos” sono strettissimi. Le elezioni europee si avvicinano, si profila un’alleanza populista nelle piazze, che mette insieme una Forza Italia su posizioni di destra radicale, la Lega di Salvini (l’euro è un crimine contro l’umanità!), il M5S, il ribellismo dei Forconi, tutti uniti contro l’Europa. Renzi non stacca certo la spina dall’Europa – siamo alla vigilia del semestre di presidenza italiana in Europa - ma chiede uno scatto di orgoglio e una rinegoziazione degli accordi, mentre fa appello alla responsabilità degli italiani: mettere i conti a posto non lo devi alla Merkel, ma “alla normale dignità verso i tuoi figli”. Ma è chiaro che se il governo sostenuto dal PD si presentasse “balbettante” alle elezioni, la sconfitta non sarebbe del solo Letta, ma del PD intero. L’accordo tra il segretario e il presidente del Consiglio era già stato siglato, all’indomani della vittoria delle primarie: al voto nel 2015, con una nuova legge elettorale, preveda essa un Mattarellum corretto o il sistema dell’elezione dei sindaci. L’importante è che “chi vince vince”, le larghe intese sono un’eccezione, non la regola. Intanto appoggio all’alleanza di governo, con la richiesta di “un accordo alla tedesca”, cioè di una negoziazione puntigliosa degli obbiettivi programmatici della piccola “grosse Koalition” all’italiana. Con ciò anche la pattuglia di sinistra, rappresentata da Civati, voglioso di andare subito ad elezioni, è “sistemata”.

E’ evidente che il peso di questa operazione ricade principalmente su Letta, che ha bisogno di Alfano, tanto quanto Alfano ha bisogno di lui. Il NCD corre infatti il rischio di essere schiacciato tra il PD e la radicalizzazione populista, di cui Berlusconi aspira ad essere il leader, in alleanza/concorrenza con Grillo.


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