BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ Poggi (saggia di Letta): seppellire noi saggi o il Paese?

Per ANNAMARIA POGGI, insistere sulla necessità di cambiare la legge elettorale senza tenere conto delle contestuali riforme costituzionali ci consegnerà una nuova situazione di incertezza

Infophoto Infophoto

Nei giorni scorsi alcuni esponenti politici hanno ripetutamente affermato essersi conclusa (o seppellita secondo un gergo non propriamente elegante) l’esperienza della Commissione per le riforme costituzionali.

Il Paese avrebbe bisogno di altro: della riforma della legge elettorale, dell’abolizione delle Province, di provvedimenti urgenti a sostegno dell’economia e del lavoro, vista la drammatica situazione acuita dalla protesta dei c.d. forconi. Al più, se proprio si volesse rimanere sul terreno delle riforme costituzionali, la questione più urgente sarebbe la riduzione del numero dei parlamentari. 

Il presidente Letta, per la verità, ha tentato di tenere più “alto” il livello della questione costituzionale e nel discorso dell’11 dicembre scorso alle Camere per la fiducia ha, invece, ribadito l’urgenza di proseguire sul terreno delle riforme costituzionali e di affrontar anche il tema del bicameralismo c.d. perfetto (per cui le Camere fanno le stesse identiche cose) e quello di un riequilibrio dei poteri tra Stato e Regioni, sia sul versante legislativo (togliendo alle regioni competenze legislative per cui esse non hanno la statura adeguata, quali l’energia, l’ambiente, le grandi reti di comunicazione…), sia sotto il profilo del loro ruolo rispetto agli altri enti territoriali, quali, ad esempio le Province.

Allo stesso modo anche il Presidente Napolitano ha cercato più volte di ribadire lo stesso concetto ed ha in qualche maniera sottolineato come il “sacrificio” della sua riconferma fosse transitorio, allo scopo di condurre il Paese verso le necessarie riforme costituzionali e istituzionali, prima fra tutte quella della legge elettorale.

Ora la sentenza della Corte costituzionale ha già in qualche misura fatto la riforma della legge elettorale: se non ci si accorderà in Parlamento su una nuova legge si andrà a votare con quella che risulta dalla incostituzionale dichiarata e cioè una legge proporzionale con voto di preferenza, sempre che la lettura delle motivazioni non modifichi quella che è la prima impressione.

Ora non v’è dubbio che legge elettorale e riduzione del numero dei parlamentari siano emergenze nelle emergenze. Tuttavia fermarsi ad esse ed accontentarsi del risultato, se mai lo si raggiungesse, sarebbe estremamente miope. 

Prendiamo la legge elettorale come esemplificazione.

Se guardiamo all’esperienza italiana è innegabile che il suo solo mutamento (1993-1995) non accompagnato da una riforma strutturale della forma di governo non ha risolto i problemi che affliggevano (e affliggono) il nostro Paese: instabilità dei governi, frammentazione partitica, disaffezione dei cittadini. La sola riforma della legge elettorale non ha sortito né stabilità delle istituzioni di governo, né tantomeno la loro efficienza. Dunque non è irragionevole immaginare che se le due riforme fossero contestuali, il rendimento delle stesse sarebbe migliore. Perlomeno l’esperienza nostrana questo ci suggerisce.


COMMENTI
17/12/2013 - Sono d'accordo (Giuseppe Calabrese)

Approvo completamente. La legge elettorale è solo uno stumento che deve essere coerente con la governance che una nazione ha scelto per rispondere ai bisogni dei suoi cittadini. In teoria se il senato non fosse a elezione diretta e diventasse la camera delle regioni, anche il porcellum andrebbe bene per dare un governo stabile al nostro Paese in un ottica in cui il primo ministro assumesse maggiori poteri di quelli attuali. Se poi alle liste bloccate sostituiamo le preferenze in collegi più piccoli avremmo risolto la gran parte dei problemi. Qualcuno suggerisce le leggi per le elezioni del sindaco a cui toglierei tuttavia il secondo turno che spesso è stato solo un spreco di risorse dato che raramente il secondo arrivato ha ribaltato il primo esito.