BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Politica

SCENARIO/ 1. Il giurista: senza l'accordo, al voto col proporzionale della Consulta

InfophotoInfophoto

A ben vedere, però, nessuno dei due schieramenti può avere dalla sua parte la Costituzione. In positivo la Costituzione, sui sistemi elettorali, dice ben poco, avendo lasciato al legislatore ordinario la scelta del meccanismo di traduzione dei voti in seggi. Dalla Costituzione è invece ricavabile qualcosa in più "in negativo", nel senso che le leggi elettorali  devono rispettare – e questo sarà l'oggetto proprio dell'imminente sentenza della Corte – alcuni principi e diritti garantiti dalla Costituzione, come il principio democratico, e, ancor più in generale, il principio di eguaglianza e ragionevolezza, e il diritto di voto (eguale, personale, libero e segreto) di ogni cittadino. Entro questi confini, dunque, sono costituzionalmente ammissibili sistemi elettorali sia proporzionali che maggioritari.  

E allora la decisione sul sistema elettorale da introdurre al posto del ritrovato proporzionale, non può che essere concretamente rimessa alle scelte discrezionali delle forze presenti in Parlamento. Al di là dei propositi espressi pubblicamente, tali scelte sono condizionate, come è inevitabile, dagli interessi di parte, e soprattutto dalla contingente collocazione nell'orizzonte politico e dalle prospettive di acquisizione del consenso dei votanti. In ogni caso, l'esperienza di questi ultimi anni ha dimostrato che la torsione in senso maggioritario del sistema elettorale, soprattutto ad opera del Porcellum, non ha prodotto un assetto di governo stabile, efficiente e responsabile proprio in ragione del fatto che non è stata accompagnata da una corrispondente riforma costituzionale. Il sistema ha dovuto trovare correttivi interni alla disciplina costituzionale vigente, sicché ne sono derivate dinamiche evolutive – come ad esempio quella inerente al rafforzato ruolo del Presidente della Repubblica – che hanno suscitato a loro volta problemi di coerenza con la forma di governo prescritta dalla Costituzione.

In altri termini, se si intende seguire la stessa strada e riproporre nuove ed aggiornate formule volte ad imprimere una qualche personalizzazione e verticalizzazione del sistema di governo delle istituzioni nazionali, a somiglianza di quanto avvenuto a livello regionale e locale, appare necessario modificare il quadro costituzionale anche in termini di contrappesi e garanzie. In caso contrario, la sola riforma elettorale ben difficilmente potrebbe consentire esiti apprezzabili e consistenti, e soprattutto capaci di resistere ai sempre possibili mutamenti del quadro partitico. Riforma della Costituzione e riforma elettorale, insomma, sono strettamente legate ciascuna all'altra. Tanto più che i processi di integrazione europea richiedono meccanismi efficienti di individuazione delle posizioni di vertice dell'ordinamento nazionale. Come noto, infatti, la debolezza dei nostri governi, per quanto talora velata dalla forza o dall'autorevolezza personale dei titolari dell'esecutivo, ha danneggiato in modo evidente gli interessi nazionali. La nostra democrazia è rimasta, come si diceva già negli anni Ottanta, quella de "l'impuissance".