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RETROSCENA/ Ecco perché la Consulta ha bocciato il Porcellum

La sentenza della Corte può forse suscitare sconcerto tra i giuristi e, certamente, perplessità e interrogativi nell'opinione comune. Ma si tratta di una svolta. GIULIO M. SALERNO

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La dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale delle leggi elettorali, annunciata ieri dalla Corte costituzionale, induce a riflessioni di senso opposto: il nostro ordinamento ha ancora al suo interno le risorse sufficienti per affrontare questioni politico-istituzionali di grande rilievo, come quella della democraticità delle discipline elettorali che, da lungo tempo incancrenita, appariva ormai bloccata di fronte al giuoco dei veti incrociati tra le forze politiche. La sentenza della Corte può forse suscitare sconcerto tra i giuristi che avevano sollevato dubbi sull'ammissibilità delle questioni sottoposte dalla Corte di cassazione al sindacato della Consulta. Ma non si può certo dire che tale pronuncia giunga all'improvviso. Da mesi si conosceva la data dell'udienza e la scelta della Corte costituzionale di decidere contemporaneamente sull'ammissibilità e sul merito delle questioni, è senz'altro lodevole: in caso contrario, si sarebbe aggiunta ulteriore incertezza ad un quadro normativo già per molti versi pericolante e che tanti danni ha prodotto sulla qualità e sull'efficienza delle istituzioni. Il Parlamento e il Governo avevano tempi e modi per eliminare i principali difetti delle leggi elettorali vigenti. E solo chi non voleva vedere la realtà dei fatti, poteva sostenere l'inutilità dell'azione giudiziaria coraggiosamente intrapresa dall'avv. Bozzi. Ma nulla è stato fatto, a dispetto degli avvisi ripetutamente manifestati dal capo dello Stato.

 Soprattutto meraviglia il fatto che la questione non sia stata affrontata al momento in cui si è dato luogo all'attuale esecutivo. Chi immaginava che la Corte costituzionale si sottraesse innanzi a una questione cruciale di democrazia non ha fatto i conti con una semplice constatazione: il giudice nazionale di costituzionalità che declinasse, per ragioni di stretto formalismo procedimentale, di offrire il suo intervento di fronte a dilemmi fondamentali per la democrazia, sarebbe destinato inevitabilmente ad appassire, tanto più di fronte a processi di devoluzione della sovranità sempre più manifesti a livello sovranazionale. 

Inoltre, anche nel merito la decisione della Consulta è condivisibile: come si può ragionevolmente giustificare un sistema elettorale che attribuisce un premio di maggioranza altamente distorsivo senza alcuna soglia di voti o seggi? Come si può ammettere che al cittadino sia precluso di manifestare la sua preferenza rispetto a liste di candidati che, per di più, sono presentate da movimenti politici la cui organizzazione è ben lungi dall'ispirarsi ai principi democratici?

Forse, al lettore smaliziato può non meravigliare il presente stato di atarassia delle forze politiche che sostengono il Governo e che appaiono, il giorno dopo l'annuncio, praticamente immobilizzate a fronte dell'intervento così deciso della Corte costituzionale: in attesa delle primarie del Partito democratico, il Paese vive una stasi quasi irreale, mentre dal fronte delle opposizioni si agita la sentenza della Corte costituzionale come causa di un presunto oscuramento dell'intero sistema politico-rappresentativo.