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LETTERA / Giannino e il sapore amaro dell'infecondità

Una scena del comizio-spettacolo di Oscar Giannino Una scena del comizio-spettacolo di Oscar Giannino

“Su questo tema Fare non ha una linea, parlo a titolo puramente personale” sembra la giustificazione dietro cui Giannino si trincera per evitare di dover ammettere che su questi temi Fare per Fermare il declino non ha una posizione perché non potrebbe averne. E non ne potrebbe avere perché la lista sembra un grande contenitore, di ottime idee certamente, ma che manca strutturalmente di quella prospettiva e multilateralità assolutamente necessarie per chiunque pensi di poter governare un giorno un paese. Emblematica la risposta che Giannino dà sull’eventualità di proseguire il processo di integrazione europeo (un tema caldo anche delle recenti primarie del Pd con l’ipotesi degli Stati Uniti d’Europa): questo tema non interessa, o se interessa è letto solo come strumento ausiliario per perseguire l’obiettivo per antonomasia del movimento-partito: il declino italiano e la ricetta economica che Fare propone per uscirne.

Un’altra domanda rivolta a Giannino nel corso della serata svelerà poi un ulteriore aspetto del pensiero del fondatore di Fare, forse quello più somigliante a Grillo e al suo Movimento Cinque Stelle: l’assenza totale di compromesso. Una possibilità del genere non è nemmeno contemplata, perché sono “loro” ad averci condotto sull’orlo del baratro, sono “loro” ad aver reso lo Stato un’arpia per le tasche dei contribuenti e “loro” ad essere incoerenti, immorali, cadreghini. Demonizzare il proprio avversario (“sono degni di essere presi a calci”, aveva detto pochi minuti prima Giannino durante lo spettacolo teatrale) è premessa indispensabile ad una mentalità talebana ed ideologica estremamente pericolosa. Piuttosto che scendere a patti con gli altri partiti e con il proprio programma, infatti Giannino dichiara apertamente di preferire un’altra tornata elettorale, e un’altra ancora fino a quando il suo partito non avrà una consistenza sufficiente ad imporsi sulla scena politica.

La netta impressione è che Giannino non abbia fatto proprie le parole di Benedetto XVI, che nel 1981 scriveva: «Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra pragmatismo da meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell’avventura, che tende a realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica».

Mai parole furono più azzeccate per questa proposta politica, che ha, nostro malgrado, il sapore amaro dell’infecondità.  

(Lorenzo Roesel)

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