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OSCAR GIANNINO/ Valgono più due buone idee di una laurea e un master

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Oscar Giannino (Infophoto)  Oscar Giannino (Infophoto)

Ho un amico che ha frequentato uno dei più “prestigiosi” MBA in una delle più prestigiose università americane (anche lui per davvero!) al modico prezzo di circa centomila dollari all’anno. Mi ha raccontato divertito che per buona parte del primo semestre l’attività del master consisteva nel giocare a poker con alcuni dei campioni internazionali della disciplina reclutati e pagati dall’ateneo. Questo perché, dicono loro, le skills necessarie al businessman di successo sono identiche a quelle del grande giocatore di poker. Il fatto si commenta da solo.

Non entro in dettagli ulteriori, ma ho spesso l’impressione che queste “grandi”, “prestigiose” istituzioni dove ti insegnano il business in realtà siano primariamente dei generatori di networks, vale a dire, posti per conoscere gente e farsi conoscere da gente che in seguito ti farà un’offerta di lavoro. Nulla di male, ovviamente. Non ne metto in dubbio il valore. Tuttavia, la parte cinica di me a volte si trova a dubitare che esistano delle profonde e arcane verità del business che vengono segretamente rivelate agli accoliti paganti nei templi prestigiosi dell’economia all’estero. Forse esistono solo dei casi molto particolari che richiedono anzitutto il buon senso di chi li affronta, misto ad alcune capacità base in aritmetica e una spolverata di diritto. In ogni caso, ritengo doveroso in chi ci rappresenta cercare di non fomentare il provincialismo tristemente diffuso nella mentalità degli italiani, e piuttosto adoperarsi a mostrare, con le parole e le opere, che c’è tanto valore e prestigio nella formazione offerta in Italia.

La seconda linea di risposta è più profonda, sebbene sia direttamente legata alla prima. Perché occorre la credenziale accademica per poter essere ascoltato quando si parla di economia? Non bastano le buone idee? Qui si tratta di una concessione implicita (e per me intollerabile) al tecnicismo secondo cui solo gli iniziati ai misteri del business da un’istituzione prestigiosa sono nelle condizioni di intelligere ciò che per sua natura è inintelligibile ai comuni mortali. Ci siamo abituati ad accettare l’idea che la dimensione della realtà descritta dall’economia non sia una dimensione umana, ma una dimensione praticamente indistinguibile dal mondo della natura, fatto di atomi, molecole, leggi che si possono esprimere solo con formule complicatissime, ecc.

Ogni giorno accettiamo quietamente di sorbirci dal telegiornale la nostre dose di inintelligibilità, fatta di acronimi di cui non sappiamo il significato (Nasdaq, FTSE-MIB, ecc.), di grafici impossibili da decifrare e di termini tecnici anglosonanti (perché quelli meramente altisonanti non erano sufficientemente prestigiosi.) Per noi è pacifico che queste cose non possiamo capirle perché sono complicate e solo chi ha un master della Chicago Booth è autorizzato a parlarne e prendersene cura. Io invece ritengo che una delle missioni della politica sia reclamare con forza ciò che ci appartiene: l’intellegibilità del mondo umano (e non naturale) descritto (e non creato) dall’economia. 


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COMMENTI
21/02/2013 - Peccato solo per il titolo (Marco Salvioni)

che non c'entra nulla (o poco nulla) per l'articolo.