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OSCAR GIANNINO/ Valgono più due buone idee di una laurea e un master

Pubblicazione:giovedì 21 febbraio 2013 - Ultimo aggiornamento:giovedì 21 febbraio 2013, 9.52

Oscar Giannino (Infophoto) Oscar Giannino (Infophoto)

Caro direttore, da simpatizzante attivo all’estero della lista “Fare per Fermare il Declino” e di Oscar Giannino sono stato profondamente deluso dagli eventi che hanno portato alle sue dimissioni. Mi pare innegabile che il movimento di Oscar Giannino sia l’unica novità reale nel panorama politico italiano attuale. Ogni elettore che si consideri largamente “liberale” e che non si ritrovi né nelle politiche basate sull’austerità, né in quelle basate sulla fantasia sbrigliata non può non aver salutato con favore la nascita di Fare per Fermare il Declino.

Il giudizio di infecondità espresso da un lettore due giorni fa mi pare quantomeno prematuro, posto che non sappiamo ancora i risultati delle elezioni, né come continuerà questa esperienza all’indomani del voto. Quello che sappiamo per ora è che il leader del movimento si è dimesso a fronte di dichiarazioni false circa le sue credenziali accademiche. Che il fatto in sé costituisca una grave perdita di credibilità personale di Oscar Giannino è innegabile. Ma che questo automaticamente costituisca una perdita di credibilità del programma del movimento è discutibile e frutto di una certa superficialità con cui siamo soliti misurarci con la res publica, come ha ben evidenziato Simone Invernizzi citando la folla del Manzoni.

Vorrei tuttavia proporre qualche riflessione sul significato di quanto accaduto a Giannino. La domanda che mi sono fatto quando ho letto dell’accaduto suona più o meno così: perché il leader di un movimento in ascesa, caratterizzato da un programma solido e ben articolato, si è rovinato con una leggerezza del genere? In altri termini, perché uno che, di fatto, non ne aveva assolutamente la necessità ha avvertito il bisogno di mentire riguardo a un titolo accademico che non ha e, in particolare, un titolo accademico conseguito all’estero? Vanità, direte. Certamente, ma la vanità è un concetto generico. Avrebbe potuto esprimere la propria vanità altrimenti, come ciascuno di noi, nel suo piccolo, è incline a fare. Perché la vanità generica (che caratterizza tutti noi) si è declinata specificamente in questa bugia?

La prima linea di risposta non può che vertere sul desolante provincialismo che da decenni infesta le menti degli italiani, anche dei più brillanti. Siamo stati cresciuti pensando che il vero prestigio, il vero merito, la vera ricerca, insomma, che tutto ciò che vale sta all’estero. Che noi siamo mediocri e gli altri sono grandi. Ma è davvero così? Io ho vissuto quattro anni in Germania, dove ho conseguito un dottorato (per davvero!), e ora da quattro anni sono titolare di una cattedra in università negli Stati Uniti. Sinceramente, e con buona pace di tanti cervelli fuggiti che amano sputare veleno, mi sento di affermare che: (1) non mi sarebbe stato possibile nulla di tutto ciò se non avessi ricevuto l’istruzione eccellente (e pressoché gratuita) che il sistema italiano mi ha garantito per circa vent’anni; (2) il prestigio e la millantata superiorità delle università estere, in particolare delle business schools, per quanto mi riguarda va ponderata per bene. Le apparenze a volte ingannano.


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COMMENTI
21/02/2013 - Peccato solo per il titolo (Marco Salvioni)

che non c'entra nulla (o poco nulla) per l'articolo.