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Politica

ELEZIONI 2013/ Il programma dell'UdC di Pierferdinando Casini

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6) Una nuova cultura del lavoro

Negli ultimi decenni sono intervenuti profondi cambia- menti nell’organizzazione del lavoro e nelle sue regole. Il lavoro in nero si è spesso intrecciato con l’immigrazione clandestina; il rapporto tra flessibilità, precarietà e stabilità si è fatto più complesso; la presenza degli immigrati ha reso i luoghi di lavoro sempre più multiculturali, multireligiosi e multietnici; l’ingresso delle donne ha modificato sia quantitativamente che qualitativamente il paesaggio professionale. L’insieme di questi elementi ha prodotto una profonda modificazione. La tradizionale relazione tra scelta del lavoro e realizzazione della per- sona è ormai messa in seria discussione. Avanza al contrario una con- cezione strumentale del lavoro non visto più come missione, ma più semplicemente come mezzo. Il fine della vita oltrepassa il lavoro e viene individuato essenzialmente nella realizzazione economica, nel prestigio della carriera e nell’uso del tempo libero. È cambiata di con- seguenza anche la relazione tra lavoro e socialità. Un tempo il mondo del lavoro era un luogo di forti relazioni cooperative e solidali, mentre oggi prevale la spinta di un forte individualismo assieme a sempre più marcate forme di corporativismo. La stessa natura della relazione tra uomo e lavoro è fortemente condizionata da un progressivo predomi- nio della tecnologia che domina lo sviluppo della persona.

Noi riteniamo che tali fenomeni non siano irreversibili, che la modernità non debba necessariamen- te essere caratterizzata da questi fenomeni di “nuova alienazione”. Riteniamo che sia possibile, e per questo intendiamo batterci, ricostruire una cultura del lavoro fondata sulla centralità della persona, recuperando la visione antropologica di un’attività capace di rendere sempre più umana la vita, la cultura e la società. Occorre, in altri termini, segnare il passaggio da una visione conflittuale delle relazioni sociali ad una solidale e cooperativa. Immaginare una nuova “socialità del lavoro” che torni ad esibire una tensione dinamica, dei singoli e dei gruppi, verso il bene comune.

7) Sanità e Scuola: la società del bene comune

Lo Stato italiano produce ormai un livellamento verso il basso di prestazioni e servizi, e non riesce più a promuovere verso l’al- to chi sta indietro nella scala sociale. L’Unione di Centro lavora, vice- versa, per ridefinire lo Stato sociale, per un nuovo grande modello da costruire in Italia e in Europa: la Welfare Society. Quest’ultima si potrebbe anche definire come “la società del bene comune”.

Una società dove la responsabilità della gestione socia- le è affidata anche ai corpi intermedi della comunità. Nella quale il livello privato e il livello statale cooperino e competano nell’of- ferta di servizi formando, insieme, un unico sistema pubblico all’interno del quale sia più plurale e libera possibile la scelta dei cittadini e delle famiglie.

L’equazione che chi governa le moderne società europee deve risolvere è la seguente: come mantenere in piedi il carattere universale della tutela sociale riuscendo, nel contempo, a innalzare la qualità e l’efficienza dei servizi. Ebbene, le comunità umane non hanno fino a oggi trovato altro strumento per accre- scere la qualità di qualsiasi sistema che far ricorso alla gara, alla concorrenza, all’emulazione. La soluzione del problema sta dun- que nella costruzione di un Sistema Misto generalizzato nel quale, soprattutto nella Sanità e nella Scuola, il cittadino possa avere piena “libertà di scelta” tra una pluralità competitiva di offerte, pri- vate e statali. Il che vuol dire l’esatto contrario della cosidetta “pri- vatizzazione dei servizi sociali”: significa, al contrario, far entrare, a pieno titolo, nelle regole del sistema pubblico anche l’offerta pri- vata, chiamando a intervenire imprese, cooperative, mondo del no-profit. Si determinerebbe così, tra l’altro, un pieno coinvolgi- mento della società nella gestione dei servizi, accrescendo la responsabilità di tutti verso il “bene comune”. Finora è accaduto esattamente l’opposto.

8) Una nazione ad “energia libera”

Un Paese moderno deve avere la capacità di conciliare lo sviluppo con la qualità della vita. Tutela del territorio e crescita econo- mica devono camminare insieme. Siamo per la politica del “sì”: per fare della difesa dell’ambiente non solo uno slogan, ma una poliva • Sì allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, insieme a un rien- tro serio, consapevole e rapido nel nucleare. Riteniamo inoltre indi- spensabile riportare in capo allo Stato gli indirizzi di fondo di tutta la politica energetica, strategica per un Paese che ha bisogno di ridurre i costi e di non diventare nel tempo una nazione a “sovranità limitata” di energia. Nell’era della globalizzazione l’autonomia energetica è una funzione decisiva della stessa autonomia della democrazia.

• Sì alla realizzazione delle grandi infrastrutture che, velocizzando la movimentazione, riducono l’inquinamento. • Sì alla ricerca e al sostegno delle nuove tecnologie ambientali per evi- tare il continuo finanziamento d’impianti ormai superati. Condizione per riuscire a superare il devastante effetto Nimby (“fate tutto basta che non sia vicino a me”) è infine la buona gestione degli impianti indu- striali e l’accesso trasparente alle informazioni, per ridare fiducia nelle istituzioni e rendere partecipi i cittadini del loro futuro.