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ELEZIONI 2013/ Il programma di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni e Guido Crosetto

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Le scelte:   

  • Politiche di deducibilità fiscale dei mezzi propri messi in azienda sino a concorrenza massima dei redditi denunciati nello stesso lasso temporale (fruibile direttamente dall’imprenditore erogante) a fronte di apporti aggiuntivi di capitale nelle aziende possedute o partecipate, per rendere conveniente la ricapitalizzazione delle proprie imprese. Inoltre, la maggior dotazione di capitale proprio, alla luce dei parametri bancari di Basilea 2 e 3, determina un’immediata estensione della finanziabilità bancaria allargando di fatto in misura esponenziale l’accesso alle risorse liquide necessarie a competere con i nuovi mercati. Un provvedimento di questo genere consente: un aumento delle risorse immediatamente disponibili per l’impresa; la possibilità per le banche di ampliare le linee di credito, il cui massimale dipende dal rapporto tra mezzi propri e capitale finanziato; l’emersione di redditi sin qui poco conosciuti.
  • Incentivi alla consortazione, verticale ed orizzontale, di PMI compatibili per Distretti, cicli o merceologie di produzione o ambiti di commercializzazione; anche favorendo l’accesso al credito e al sistema di garanzia dei Confidi da parte di sovrastrutture certificate comprendenti più aziende.
  • Investimento nelle professioni, cui devono essere delegate funzioni sempre più ampie nell’ambito dell’offerta dei servizi pubblici e nelle modalità di intermediazione; occorre superare l’approccio demagogico che ha portato il governo tecnico a fingere l’attuazione di una riforma liberalizzatrice diminuendo garanzie e controlli di professionalità a chi svolge compiti riconosciuti, rischiando indiscriminati accessi a solo nocumento delle garanzie per i cittadini/utenti, e dimenticando di liberalizzare i servizi di pubblica utilità, l’accesso alle reti,  il sistema di controllo di finanza, banche e assicurazioni, oltre che dare attuazione ad una vera politica di privatizzazione delle partecipazioni pubbliche.

La sfida

7) Un nuovo sistema del credito è possibile

Non si intende demagogicamente affibbiare agli istituti di credito la colpa della crisi, trovando un facile capro espiatorio contro cui convogliare la rabbia della gente. Proprio perché il ruolo che rivestono le banche nel sistema economico è strategico occorre ripensarle.

Le banche sono uno strumento essenziale per l’economia reale. La nostra è pertanto una sfida di responsabilità per il ruolo strategico in campo economico e monetario che l’Europa ha affidato loro: essere strumento della ripresa economica, immettendo nuova liquidità in un mercato asfittico, fornendo alle imprese e alle famiglie l’ossigeno necessario a superare il momento di difficoltà che attraversiamo. Per questo, la BCE e L'Unione, hanno scelto di aiutare il sistema bancario privato, anziché i governi degli Stati sovrani. Questo compito è stato disatteso: tra dicembre e febbraio,  la BCE ha destinato 255 miliardi alle banche italiane a un tasso agevolato dell’1%, ma i prestiti a famiglie e imprese anziché aumentare sono diminuiti in Italia di quasi 35 miliardi di euro.

Al contrario, nei primi sei mesi del 2012 l’acquisto dei titoli di Stato da parte delle banche italiane ha subito un vero e proprio boom: + 93 miliardi. Alla luce dei rendimenti dei titoli nello stesso periodo di tempo, si è trattato di una speculazione con margini di profitto fino a sei volte superiori all’investimento iniziale. Una speculazione anche politica, perché naturalmente lo spread è sceso e il Governo Monti ha potuto rivendicare il risultato di fronte all’opinione pubblica. 

Ancora peggiore, sotto il profilo della credibilità della BCE, è quanto avvenuto in Francia: qui una cospicua fetta dei finanziamenti a tasso agevolato è stata indirizzata nelle società finanziarie di proprietà dei principali gruppi industriali, da questi prontamente convertite in istituti creditizi abilitati alla raccolta dei fondi europei. In tal modo le risorse che gli Stati membri hanno destinato al rilancio dell’economia sono serviti ad amplificare le capacità finanziarie dei pochi gruppi beneficiari (aziende automobilistiche in primis), in evidente aggiramento delle principali norme comunitarie in materia di concorrenza e  contrasto agli aiuti di Stato.

Le scelte:

  • Vigilanza degli Stati e delle istituzioni europee sul rispetto dei patti: è dovere dell’Europa e dell’Italia sincerarsi che i miliardi di euro di prestiti erogati alle banche per ridare liquidità al sistema arrivino alle famiglie e alle imprese, senza fermarsi nelle casse degli istituti di credito che, al contrario, chiudono i rubinetti. E’ altresì necessario che le Istituzioni europee definiscano un disciplinare con le corrette modalità di utilizzo delle risorse comunitarie stanziate a supporto della crescita economica e approntino un credibile sistema sanzionatorio a carico di chi non si attiene alle disposizioni.
  • Varo di una legge che separi le banche d’affari da quelle commerciali, dividendo le attività bancarie ordinarie da quelle speculative. Divieto di speculazioni finanziarie e operazioni ad alto rischio con i soldi dei correntisti, dei piccoli risparmiatori, delle imprese e delle famiglie. In un momento di crisi come quello attuale non ci devono essere margini per l’azzardo sulle risorse dei più deboli.
  • Valorizzazione dei Confidi patrimonializzandone adeguatamente i relativi fondi di garanzia e riconoscendo agli stessi il ruolo essenziale di sostegno al sistema imprenditoriale.
  • Patto Stato-Regioni per utilizzare i piani operativi regionali del Fondo sociale europeo in tutte le Regioni per progetti di microcredito, a sostegno delle piccole imprese e dei lavoratori autonomi che hanno difficoltà di accesso al credito bancario.
  • Introduzione di un tetto massimo ai compensi dei manager e di vincoli alla distribuzione dei dividendi per gli istituti di credito che si avvalgono del fondo di garanzia per le banche italiane introdotto nel ‘Salva Italia’.

La sfida

8) Un futuro di lavoro 

La crescita economica è la condizione necessaria per ridurre la disoccupazione. Quando le aziende chiudono, non c'è forma del mercato del lavoro che possa tutelare l'occupazione.

Per decenni si è trattato il tema del lavoro quasi fosse indipendente dalle dinamiche economiche e dalla globalizzazione. Il mancato adeguamento del mercato del lavoro alle nuove esigenze dell’economia mondiale ha fatto si che fosse reputato tollerabile piegare i contratti atipici, nati per esigenze di altro tipo, alle esigenze di flessibilità del sistema economico. Gli “atipici” sono così diventati lavoratori di serie B, sprovvisti delle garanzie dei lavoratori “classici”, ma indispensabili alla tenuta della nostra economia.  Con questo trucco il sistema ha continuato a funzionare, almeno in apparenza, finché la crisi economica non ne ha messo a nudo tutti i limiti.

La grande sfida che ci attende è eliminare le differenze di trattamento che esistono tra lavoratori, per far in modo che le esigenze di flessibilità richieste dall’economia, siano equamente suddivise tra tutti. E’ tempo che il nostro popolo riscopra la solidarietà che gli è propria e torni ad agire come una vera comunità nazionale che protegge e tutela tutti i cittadini, senza ingiustificate differenziazioni.  

L'altra grande sfida è riuscire a correggere il disallineamento esistente tra domanda e offerta, tra percorso formativo intrapreso da molti giovani e reali conoscenze richieste dalle aziende.

La scelte:

  • Riduzione del cuneo fiscale nei primi anni di assunzione di un nuovo lavoratore.
  • Rafforzamento dell'apprendistato come transizione tra formazione e lavoro e come strumento di accesso al mondo del lavoro.
  • Conclusione della riforma del lavoro secondo il principio dei pari diritti di tutti i lavoratori. Riforma che si ispiri al Contratto Unico per tutti, un sistema che preveda un grado di tutela crescente con l'anzianità di servizio in una determinata azienda, con maggiore flessibilità nei primi anni e un discreto grado di rigidità negli anni successivi.
  • Incentivazione a forme di partecipazione agli utili da parte dei lavoratori.
  • Sistema unico di ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e rafforzamento delle politiche attive.
  • Valorizzazione dei lavori tradizionali e dei lavori manuali, soprattutto dell'artigianato di qualità. 
  • Introduzione dell'orientamento al lavoro e dell’educazione all’imprenditorialità nelle materie scolastiche di ogni istituto secondario. Miglioramento degli strumenti di collegamento tra scuola, università e mondo del lavoro.
  • Apertura ed incentivazione al ricorso della contrattazione aziendale, di distretto o territorio per dare risposte puntuali e meno vincolate alla visione centralizzante del conservatorismo sindacale.

 

La sfida

9) La rivoluzione del welfare

La grande sfida è passare da un sistema di assistenza in gran parte inefficiente e costoso che pone il cittadino come assistito passivo, a un sistema meno costoso che assicuri pari o miglior servizi. 

E’ necessario cambiare questa grande macchina vecchia, lenta e costosa e trasformarla in uno strumento in grado di dare risposte reali ai sempre crescenti e mutevoli bisogni sociali, nonostante la scarsità di risorse.

Il modello assistenzialista è sbagliato, non risolutivo e non più sostenibile. Applicare il principio di sussidiarietà non solo significa mettere il cittadino al centro delle scelte, orientando le politiche sociali nella giusta direzione, ma soprattutto liberare energie, anche economiche, trascurate, con un circolo virtuoso che vede protagonisti il settore pubblico, quello privato e il non-profit.

La “rivoluzione del welfare” passa anche per la valorizzazione del Terzo settore: sentinella delle pulsioni sociali, partner irrinunciabile degli enti locali, portatore sano di valori nell’era della crisi che è culturale prima che  finanziaria.

Gli enti locali e le istituzioni, a loro volta, devono indirizzare i loro sforzi nella lotta al disagio sociale attraverso la prevenzione e la promozione degli stili di vita sani. Pur garantendo la possibilità di cura, di reinserimento sociale e lavorativo a chi vice un disagio (fisico, psichico e sociale), va definitivamente superata la “cultura” della “riduzione del danno”, attraverso la prevenzione dei comportamenti a rischio.

Un settore in cui la prevenzione continua ad essere lo strumento più efficace per la tutela dei cittadini è certamente quello della sicurezza stradale. Gli incidenti stradali costituiscono la principale causa di mortalità in Italia degli under 30, un dato terribile sia perchè è il risultato di comportamenti a rischio assolutamente evitabili nella stragrande maggioranza dei casi sia per il costo sociale che questo triste fenomeno rappresenta.  

Così lo Stato sociale prende per mano chi è rimasto indietro senza frenare chi nel frattempo è andato avanti: questa è l’uguaglianza delle opportunità che garantisce alle persone la libertà.

Le scelte:

  • Istituzione dei voucher sociali per rendere libero il cittadino di scegliersi la struttura presso cui rivolgere le proprie richieste. Il voucher è un titolo d’acquisto corrispondente a un valore monetario che legittima l’ottenimento di beni o servizi in strutture accreditate. Il passaggio alla gestione dei servizi socio-sanitari con l’utilizzo dei voucher obbligherebbe i soggetti erogatori dei servizi a operare in un mercato concorrenziale,  migliorandone la qualità; il beneficiario potrà quindi scegliere, in un libero mercato, l’ente dal quale farsi assistere.  Lo strumento è efficace anche per contrastare gli abusi, come quello dei falsi invalidi.
  • Programmazione sociale a medio-lungo termine capace di rispondere ai bisogni sociali presenti e anticipare quelli futuri. Ridursi a pensare nell’emergenza ha costruito il muro di gomma contro cui si stanno scontrando le odierne e principali questioni sociali: invecchiamento demografico, aumento flussi migratori, nuove povertà.
  • Investimento sostanziale sul Terzo Settore in quanto parte sociale. Andare oltre le dichiarazioni d’intenti e coinvolgerlo nella definizione delle politiche sociali di cui è il soggetto attuatore, coinvolgendo quindi i portatori di bisogno
  • Superamento della dicotomia (e talvolta del conflitto) tra pubblico e privato: incentivare le aziende che si impegnano nella ‘responsabilità sociale d’impresa’.
  • Inserimento lavorativo delle categorie svantaggiate: il superamento dell’assistenzialismo passa attraverso un radicale cambio di prospettiva che vede le persone in difficoltà non solo “assistite”, ma parte attiva e risorsa socio-economica della comunità.
  • Introduzione della sicurezza stradale come materia obbligatoria nelle scuole con specifico programma ministeriale. Approfondire la possibilità dell'introduzione nel codice penale del reato di "omicidio stradale", ferme restando le considerazioni e le limitazioni di natura giuridica che un'ipotesi del genere comporta. Incentivare la formazione sulla sicurezza stradale, introducendo la detraibilità dei costi del corso per il conseguimento della patente e per i corsi di aggiornamento.
  • Attuazione di politiche di sussidiarietà fiscale attraverso la stabilizzazione del 5x1000 in modo che non sia soltanto il pubblico a farsi carico dei servizi sociali, ma anche i contribuenti. Rendere più efficiente questo strumento fiscale che dà al non-profit la possibilità di garantire i servizi con l’aiuto dei contribuenti.
  • Semplificazione, incentivazione e promozione delle agevolazioni fiscali per i privati cittadini e le aziende che donano risorse a enti non commerciali e non lucrativi.

La Sfida

10) Una giustizia che funzioni

Se la giustizia non funziona, non funziona lo Stato, ne risente l’economia, è pregiudicata la credibilità internazionale dell’Italia.

Nel settore “Giustizia” dobbiamo avere una visione complessiva del sistema, tracciare un percorso che, già attraverso l’enucleazione dei primi argomenti sui quali intervenire, dia l’impronta di ciò che vogliamo: una Giustizia giusta, seria, per certi versi amica, trasparente, veloce e garantista. Una Giustizia vicina, che sappia stare al suo posto e dare risposte.

L’esperienza attuale ci dice che la riforma di questo settore è diventata una priorità, perché riguarda i diritti delle persone, l'etica della politica e i principi costituzionali dello Stato. E che sono necessari investimenti. Attualmente i fondi stanziati per l’amministrazione della Giustizia nel bilancio dello Stato sono troppo pochi e le cospicue entrate che sotto varie forme provengono dalla Giustizia, sono destinate altrove.

C’è necessità di un ripensamento globale dell’intera architettura del sistema giudiziario. Per fare ciò bisogna coinvolgere tutti gli operatori del settore e, nel lungo termine, dar vita, con il contributo di tutte le forze politiche e sociali del Paese, ad una nuova fase costituente, finalizzata a ridisegnare globalmente l’intero sistema attraverso una riforma complessiva organica, che tocchi tutti i settori della Giurisdizione, e consenta una razionalizzazione ed una valorizzazione delle risorse.

Nel breve termine un grosso aiuto per la velocizzazione del processo può arrivare: dall'implementazione dell’informatica, e quindi dallo stanziamento di maggiori fondi per le tecnologie e la formazione del personale; dalla semplificazione dei riti; da una migliore utilizzazione delle risorse disponibili; dal coinvolgimento degli enti locali nell'organizzazione del servizio; dall'utilizzazione di tutti i soggetti della giurisdizione nell'amministrazione della giustizia; dalla valorizzazione delle prassi virtuose adottate in alcuni Tribunali; da un maggior coinvolgimento delle categorie professionali.

E sotto il profilo economico, poiché una Giustizia che funziona riverbera i suoi effetti anche sul PIL, andranno presentati validi progetti sulla modernizzazione, sull'occupazione  sulla formazione per reperire risorse anche dai finanziamenti europei.

Nessun passo indietro potrà essere tollerato rispetto alle garanzie previste nel nostro sistema: l’obiettivo principale resta quello del giusto processo, penale, civile, amministrativo e tributario. Non sono accettabili riduzioni dei gradi di giudizio o restrizioni all'accesso.

Non è tollerabile l’aumento indiscriminato dei costi del processo che negli ultimi anni si è abbattuto con sempre maggiore veemenza sul cittadino, e che sta disegnando un sistema Giustizia riservato alle categorie più abbienti.

Se la legge deve essere uguale per tutti e se la Giustizia deve essere amministrata nel nome del popolo italiano, è necessario che tutti siano messi nella condizione di rivolgersi a un Giudice per far valere i propri diritti, così come è necessario che il processo funzioni e dia risposte rapide e giuste.

Il ruolo essenziale del processo va ridisegnato attraverso la consapevolezza della sua importanza, e l’incentivazione di forme volontarie precontenziose e deflattive, che consentano di farvi approdare solo le questioni più rilevanti e più controverse.

Nella giustizia penale, perché la legge sia uguale per tutti, l'azione penale deve essere uguale per tutti. È inammissibile che a fronte di uno stesso fatto criminoso, alcuni vengano indagati ed altri no, alcuni vengano condannati e per altri si giunga alla prescrizione. L'azione penale non può essere promossa secondo criteri discrezionali dei magistrati, inconfutabili, che rendono lo strumento giudiziario un'arma ad orologeria nelle mani dei singoli, utilizzabile o meno in base a scelte discrezionali.

La presunzione di innocenza e' fondamento del nostro sistema. Una giustizia responsabile salvaguarda l'indagato e la sua reputazione prima che sul suo conto venga emessa una sentenza. Le intercettazioni telefoniche non possono essere cronaca di giornale.

La giustizia e la sicurezza rappresentano i primi diritti civili che lo Stato deve tutelare, per garantire a ognuno la libertà di poter costruire il proprio futuro al riparo da coloro che ne minacciano l'esistenza.