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ELEZIONI 2013/ Il "fantasma" di Craxi si vendica dell'Italietta dei "puri"

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Bettino Craxi (1934-2000) (InfoPhoto)  Bettino Craxi (1934-2000) (InfoPhoto)

È possibile che uomini politici accorti si rendano conto solo adesso che questi movimenti potrebbero mettere a rischio la stabilità politica italiana e potrebbero incidere anche sulla stabilità dell’Unione europea, dato il peso che l’Italia vi rappresenta come Paese fondatore?

Comunque la si analizzi, la storia di questi venti anni è ormai, dichiaratamente per tutti, un fallimento, che chiude il presunto passaggio o la presunta “transizione” dalla prima alla seconda Repubblica. E il risultato del voto di domani pomeriggio sarà il sigillo finale a un tentativo che non ha portato da nessuna parte.

Sarà necessario fare delle valutazioni storiche, nella loro giusta sede. Ma si può tentare anche di tracciare dei bilanci politici di questo ventennio. Molti parlano di un paese che era inserito in un sistema mondiale bipolare che è stato travolto, quasi improvvisamente, nel 1989. Forse la “Caduta del Muro di Berlino” ha preso in contropiede tutti gli assetti strategici, istituzionali, politici, economici e sociali. Altri pensano che l’Italia abbia vissuto all’ombra di una “lunga Repubblica di Weimar”, che di fronte alla grande svolta del 1989 non poteva che dimostrare tutta la sua inconsistenza istituzionale.

Che tutto quello che è avvenuto nel 1989 non sia stato compreso e valutato in modo conveniente, è un fatto condiviso da molti osservatori e analisti. E non riguarda solo l’Italia.

Negli stessi Stati Uniti, una volta sconfitto il “nemico storico”, “l’impero del male” rappresentato dall’Unione Sovietica, le nuove parole d’ordine erano: “arricchiamoci” e “lavoriamo il meno possibile”. Fin che la finanza creativa ha retto, il “cavallo” ha galoppato per ben nove anni di seguito. Poi sono venuti fuori tutti i problemi di imprevidenza e superficialità: la nascita, foraggiata dagli stessi americani, del fondamentalismo islamico di Al Qaeda; l’inconsistenza di un benessere interno basato soprattutto sulla nuova finanza. La crisi del 2007 era stata prevista da uomini come Hyman Nimsky, da Joseph Stiglitz, da Paul Krugman, non solo da Nouriel Roubini.

In Italia si è sposata subito la “moda” del liberismo sfrenato, partendo da un sistema di economia mista, con un atteggiamento subalterno e provinciale. Prima si è spazzata via qualsiasi invadenza della politica, poi si è relegata in un angolo l’economia per cavalcare il nuovo corso della finanza. Nessuno ha operato complotti o congiure. Ci si è solo adeguati all’andazzo dei “nuovi predicatori” di algoritmi, magari un po’ sopra le righe, in una sorta di utopia palingenetica che alla fine ha travolto tutto e tutti. Inoltre, i vecchi “vizi” italiani sono ritornati a galla: dal “sovversivismo dei grandi poteri” come scriveva Antonio Gramsci, “poteri forti” che in Italia sono sempre apparsi come “poteri anarchici”; da una diffusa (anche se a volte ampiamente giustificata) diffidenza verso uno Stato “non amico”, a delle istituzioni barocche se non bizantine, a una classe dirigente che non ha mai avuto il coraggio di rinnovarsi.


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