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ELEZIONI 2013/ Il "fantasma" di Craxi si vendica dell'Italietta dei "puri"

Le elezioni italiane del 24 e 25 febbraio 2013 sono, secondo il parere di molti analisti, decisive. Pochi hanno però rilevato la coincidenza con il compleanno di Craxi. GIANLUIGI DA ROLD

Bettino Craxi (1934-2000) (InfoPhoto) Bettino Craxi (1934-2000) (InfoPhoto)

Le elezioni italiane del 24 e 25 febbraio 2013 sono, secondo il parere di molti analisti e osservatori, decisive. Ma probabilmente saranno anche consultazioni storiche, indipendentemente dal risultato che uscirà dalle urne oggi pomeriggio. Da molto tempo non si sente più parlare di “transizione”, anche perché si teme ormai di sconfinare nella farsa.

Infatti, la cosiddetta “transizione” dalla “prima” alla “seconda” Repubblica dovrebbe ormai durare da più di vent’anni, un tempo che supera la durata di fenomeni tragici del Novecento come il nazismo e il fascismo. Neppure la “Restaurazione” del 1815, sotto la regia di due grandi personaggi come il principe di Metternich e il principe di Perigord, cioè Talleyrand, ha retto per tanto all’usura del tempo. L’ Italia, nel bene o nel male, ha confermato ancora una volta la sua anomalia, battendo ogni record.

Ma l’impressione è che il tempo ormai sia finalmente scaduto. Difficilmente il prossimo potrà essere catalogato come un Parlamento della “seconda” Repubblica. E se mai questa fosse veramente esistita, la parabola di questi venti anni è conclusa, finita, sepolta e forse solo da ricordare per operare in modo completamente diverso. Bettino Craxi sosteneva, negli anni dell’esilio di Hammameth, che la “seconda” Repubblica era come una sorta di “araba fenice”: “Tutti sanno dov’è ma nessuno lo dice”. Con tutta probabilità Craxi ha commesso molti errori, ma indubbiamente su questa valutazione ci ha azzeccato, per dirla alla maniera di Antonio Di Pietro.

Il lungo viaggio che doveva portare alla moralità pubblica, alla trasparenza (che allora si chiamava alla russa, alla Gorbacev, glasnost), al rinnovamento politico ed etico, è abortito in una fase concitata, tra nuovi scandali di ogni tipo, con un Paese che non è per nulla normale e coeso (dato il tasso di litigiosità latente che si può vedere) e con un peso internazionale, sia politico che economico, molto ridimensionato.

Il grande “lavacro” del 1992, l’operazione di “pulizia” che doveva rigenerare tutto, ha finito per sostituire vecchi e tradizionali partiti, che avevano una loro storia e una “grande casa” di riferimento, con una serie di movimenti che, nella maggioranza dei casi, dipendono da leadership personali. Anche nel Partito democratico, dove pure si nota la struttura di un partito più organizzato, più presente sul territorio in modo uniforme, si discute se non si sia ancora in mezzo al guado, tra un partito moderno o un “comitato elettorale”, costituito tra ex appartenenti al vecchio Pci e alla vecchia Dc di sinistra.

In più, sia a sinistra (la lista di Antonio Ingroia), sia a destra (gran parte del centrodestra), sia trasversalmente nella società italiana, prendono piede posizioni anti-sistema, anti-europeiste (in un Paese che negli anni Novanta era il più europeista del continente), definite troppo schematicamente populiste, quasi con tagliente pressapochismo al modo del Komintern degli anni Trenta del Novecento. Posizioni che sono cresciute sotto gli occhi di tutti e che sono state sottovalutate, quando non “accarezzate”, con il passare degli anni.