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CRISI LEGA (?)/ Dalla città alle Valli: metamorfosi di un ex primo partito

Pubblicazione:mercoledì 27 febbraio 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 27 febbraio 2013, 8.42

Umberto Bossi e Roberto Maroni (InfoPhoto) Umberto Bossi e Roberto Maroni (InfoPhoto)

Sostanzialmente l’arrocco di Roberto Maroni riesce. Il nuovo leader della Lega Nord, dopo l’anno terribile, si porta a casa la presidenza della Regione Lombardia e un successo personale di tutto rispetto. Il problema semmai è il risultato complessivo della Lega, che non è più il primo partito in Lombardia, che perde consensi soprattutto nei capoluoghi di provincia, che a Milano, anche con la “grande stampella” del Pdl, non ha più un peso politico come quello che aveva all’inizio degli anni Novanta.

Ora Maroni può lanciare l’immagine di una grande macro-regione del Nord, più prealpina che padana, costituita dai tre governatori leghisti: in Piemonte, nel Veneto e in Lombardia. È la nuova parola d’ordine dietro a cui si cerca di mascherare le delusioni che covano all’interno del movimento.

Anche se indubbiamente le tre Regioni a presidenza leghista sono le più importanti d’Italia per forza economia e produttiva, la fetta più importante del Pil italiano. E si possono aggiungere altre considerazioni in senso metaforico. Come le azioni, anche i voti, in un caso come questo, “si pesano e non si contano solamente”. Sempre Maroni ha cercato di accreditare, a successo ottenuto, la compattezza del governo regionale lombardo e del Nord, rispetto alla “confusione romana”.

Non c’è dubbio che Maroni, in questi mesi, abbia agito con grande realismo. Ha dovuto affrontare una serie di “incidenti di strada” veramente pericolosi: dal “cerchio magico” alle imprese del “Trota”, all’uso disinvolto di denaro pubblico che ha finito per investire la stessa famiglia di Umberto Bossi, cioè il fondatore del leghismo, il leader carismatico che ha messo a soqquadro nel 1992 gli equilibri politici della “prima Repubblica”.

Ma riconosciuto tutto questo a “Bobo”, occorre vedere il risultato in tutta la sua realtà e in una prospettiva futura. Se all’inizio degli anni Novanta si diceva che la Lega era un movimento che partiva dal “profondo Nord” per scendere nelle città, oggi si assiste esattamente al contrario. La Lega sembra quasi ritirarsi dalle città e rifugiarsi nelle sue zone di origine o nei territori provinciali dei capoluoghi lombardi. Guardando ai risultati complessivi e ormai finali, si vede che il candidato della sinistra Umberto Ambrosoli vince non solo a Milano, ma anche nella maggioranza dei capoluoghi di provincia. Ambrosoli può lamentarsi di avere portato un suo “valore aggiunto” a una coalizione che anche se oggi annovera il primo partito in Lombardia, il Pd, non si schioda dal risultato già raggiunto dalle precedenti regionali, quando il leader era Filippo Penati.


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