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NAPOLITANO/ Zanon (Csm): giustizia e politica ostaggio dei "nuovi giacobini"

Per NICOLO’ ZANON il fatto che la magistratura sia sempre più coinvolta nei processi di governance è la conseguenza di una politica debole e incapace di una visione complessiva

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“In un momento gravido di tensioni economiche, sociali e politiche come quello attuale, il Pdl deve dimostrare un maggiore senso della politica. Il fatto che la magistratura sia sempre più coinvolta nei processi decisionali e di governance del nostro Paese, è la conseguenza diretta di una politica debole e incapace di una visione complessiva”. Nicolò Zanon, membro del Consiglio superiore della magistratura e professore di Diritto costituzionale all’Università di Milano, commenta così il richiamo di Giorgio Napolitano dopo la manifestazione politica del Pdl nel Palazzo di giustizia a Milano. Una nota del Quirinale ha fatto sapere che “il presidente della Repubblica ha espresso il suo vivo rammarico per il riaccendersi di tensioni e contrapposizioni tra politica e giustizia”.

Qual è il senso del richiamo di Napolitano?

Quello di Napolitano è un richiamo a un senso di responsabilità istituzionale in un momento gravido di tensioni economiche, sociali e politiche. Il capo dello Stato si pronuncia nella sua veste di supremo garante della Costituzione, rimettendo l’accento su tutti i valori in gioco. Quindi l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, come pure la libertà di manifestare il dissenso nelle forme pacifiche previste dalla Costituzione. Ciò deve avvenire però non dentro i tribunali ma nelle piazze, e con dei toni adeguati a una critica che è sempre possibile. Oltre questo il capo dello Stato non può andare, perché non ha poteri di intervento sulle vicende giurisdizionali, ma deve limitarsi a una moral suasion affinché tutti dimostrino senso di responsabilità.

Lei come giudica il comportamento del Pdl nel suo complesso?

Ritengo che sia necessario un maggiore senso della politica. Comprendo un senso di smarrimento e di preoccupazione, ma occorre fare ogni sforzo affinché prevalga il rispetto di tutte le istituzioni e la capacità di ragionare politicamente.

Dal 1948 a oggi c’è stato anche un cambiamento del ruolo della magistratura?

Non c’è alcun dubbio che sia così. In termini sistematici la magistratura oggi è coinvolta nei processi decisionali, se non proprio nella governance del Paese. Ormai ci si rivolge ai tribunali per trovare risposta a domande sempre più complesse, che la politica non è in grado di soddisfare in quanto è debole e manca di visione. Troppo spesso il nostro legislatore approva leggi mal concepite, inadatte a produrre un buon risultato sulla realtà che pretenderebbe di normare. E’ questo il motivo per cui i magistrati finiscono per avere un ruolo decisivo. Si tratta di un fenomeno molto più ampio della conflittualità tra politica e giustizia, che rappresenta un capitolo specifico limitato a singole vicende.

Lei come valuta questo ampliarsi della sfera d’azione della magistratura per l’inadeguatezza della politica?