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IL CASO/ Barcellona: cosa c'entra la "fumata bianca" con Grillo e Berlusconi?

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Quirinale (Infophoto)  Quirinale (Infophoto)

"noi non siamo come loro! Loro sono morti e vogliamo vederli tutti nella tomba… Non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta, noi non siamo un partito, rappresentiamo l'intero popolo, un popolo nuovo". Il confronto non vuole prospettare un'ennesima demonizzazione di un fenomeno reale - il successo di Grillo- ma cercare di capirne tutti i possibili significati. Bisogna partire certamente dal linguaggio e dallo stile, perché come tutti dovrebbero sapere, sono le parole adoperate che indicano la qualità del processo in cui si vengono formando i nuovi slogan.

Che Grillo faccia irrompere sulla scena una gran parte del nostro Paese che soffre emarginazione e povertà, disagio e frustrazioni, non è di per sé garanzia dell'esito al quale può portare. In ogni caso penso che configurare una democrazia senza partiti, senza istituzioni di confronto e senza distinzioni di ruoli, trasforma l'intero Paese in una moltitudine di individui isolati, tenuti insieme da una irrazionale spinta identitaria con tutto ciò che può apparire selvaggiamente vitale, ma che fatalmente apre la porta ad autoritarismi e totalitarismi sempre espressivi di fanatismo, intolleranza e conseguente domanda di ordine pubblico. Non è un caso che in questo clima la criminalità organizzata stia minacciosamente rialzando la testa come nel terribile incendio dell'intero parco della Scienza di Napoli che dovrebbe diventare giornata di lutto nazionale. Guai a chi evoca forze distruttive e non conosce l'arte di saperle trasformare in processo creativo.

Appare francamente penoso il tentativo di tanti intellettuali italiani di rivolgere appelli accorati a Grillo e a Casaleggio in nome della salvezza del nostro Paese. Non solo perché tutto l'establishment intellettuale e mediatico non può tirarsi fuori dalle responsabilità che hanno portato il Paese al degrado ma anche perché è veramente il frutto di una presunzione ingiustificata ritenere che il proprio supposto prestigio personale possa miracolosamente ripristinare gli argini di un vero fiume in piena.

È penoso anche quanto accade nel dibattito pubblico e interno al partito democratico. Intanto non è accettabile che al di fuori di una seria riflessione collettiva per analizzare le cause della sconfitta, i soliti notabili - che sono gruppo dirigente sin dalla svolta della Bolognina - rilascino interviste ed esprimano giudizi sulla linea sin qui seguita come se fossero dei puri spettatori di ciò che accade. Si capisce che c'è una profonda divergenza di vedute ma non viene individuato né il luogo né il modo con cui confrontarle.



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