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ABOLIZIONE PROVINCE/ L’esperto: ecco perché il taglio della Sicilia non crea alcun risparmio

Bisognerebbe far confluire alcune funzioni di regioni e comuni alle province per avere un assetto più funzionale, spiega STELIO MANGIAMELI. Non solo, le province devono essere enti elettivi

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Liberi consorzi al posto delle province. La Regione Sicilia fa sul serio e molto probabilmente attuerà l’abolizione delle 9 province anche se le opposizioni non mancano. Il presidente Rosario Crocetta ha previsto un risparmio di 10,3 milioni di euro solo per le indennità a presidenti, consiglieri provinciali e organi di funzionamento, e di 50 milioni di euro per tutta la Riforma. In molti sostengono che la strana alleanza tra il governatore siciliano e il fronte del Movimento 5 Stelle sia un modello da esportare e che possa fare da esempio anche nel resto del paese, a Roma per intenderci. Al di là delle strategie politiche, con l’abolizione delle province, sembra che la Sicilia alle parole stia facendo seguire i fatti. Ma l’introduzione di questi consorzi rappresenta davvero un risparmio per la regione? La decisione di eliminare gli enti provinciali è funzionale al buon governo del territorio? IlSussidiario.net l’ha chiesto a Stelio Mangiameli, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università degli studi di Teramo e Direttore dell’ISSIRFA-CNR di Roma.

È vero che i consorzi erano già previsti dallo statuto siciliano?

Sì. Lo statuto della Regione siciliana è stato approvato prima della Costituzione repubblicana, il 15 maggio del 1946, oltre due anni prima dell’entrata in vigore della Costituzione. Questo statuto ha un forte imprinting federalista e, tra le altre cose, all’art. 15 prevede i liberi consorzi dei comuni, un istituto previsto anche nell’ordinamento tedesco. È anche vero però che i liberi consorzi proprio perché rappresentano l’emanazione di enti locali, richiedono una struttura democratica. E lo statuto su questo punto è esplicito, parla di “conferire il massimo di autonomia amministrativa”. Questa disposizione è rimasta silente nel corso degli anni fino ad ora.

Cosa pensa del fatto che il presidente Crocetta abbia rispolverato l’idea decidendo di rimpiazzare le 9 province con consorzi dei comuni?

Il presidente con l’approvazione di un disegno di legge ha soppresso le province finora regolamentate anche in Sicilia e ha dato vita a questa specie di consorzi tra enti locali che non sono affatto dei liberi consorzi come li vuole lo statuto tanto è vero che non sono per niente democratici.

In che senso?

Non c’è una rappresentanza eletta direttamente dal corpo elettorale ma sono degli enti di sottogoverno nel quale i partiti possono inserire le loro persone e tra le altre cose deve considerare che al posto delle 9 province si avranno una trentina e più di liberi consorzi quindi avremmo oltre 30 presidenti, 30 direttori generali, 30 macchine blu per i presidenti e altrettante per i direttori, 30 sedi invece di 9. Ecco è esattamente l’opposto di quello che sembra.

Non si tratterebbe, dunque, di un taglio dei costi della pubblica amministrazione?

Il presidente Crocetta dice che il provvedimento farà risparmiare 50 milioni, ora nessuno impedisce al presidente della Regione siciliana di dare anche i numeri del Lotto. Io però voglio sottolineare il fatto che il Governo Monti con il decreto Salva Italia (n. 201 del 2011), tagliando tutte le province d’Italia aveva ipotizzato un risparmio di circa 65 milioni. Detto questo, mi sembra strano che prendendo in considerazione solo 9 province si risparmino 50 milioni: un conto è tagliarne 110, un conto 9. C’è qualcosa che non torna in questi conteggi.

A prescindere da costi e risparmi, come si potrebbe governare al meglio una regione, secondo lei?

Dal punto di vista organizzativo tra Regioni e Comuni ritengo che ci debbano essere degli enti che gestiscano le funzioni di area vasta. Conti alla mano, se ci limitiamo alle sole funzioni noi abbiamo una somma complessiva a livello nazionale di meno di 12 miliardi all’anno circa. Di questi circa 300 milioni di euro rappresentano il costo dell’organizzazione e della politica provinciale (indennità assessori, presidenti, consiglieri…) il resto, 11 miliardi e mezzo riguardano appunto le funzioni amministrative provinciali (i costi per le strade, le scuole, la formazione, l’ambiente, l’occupazione, la tutela territoriale, ecc.). Anche se si risparmiasse del tutto il costo dell’organizzazione provinciale, di fatto impossibile, gli 11 miliardi e mezzo qualcuno li deve spendere per garantire l’efficienza del sistema. Non mi pare ci siano tutti questi margini di contenimento della spesa. Inoltre, eliminando il livello provinciale  si va a toccare proprio il  livello di governo che dovrebbe essere incrementato perché per esempio tutta una serie di servizi oggi sono diventati sovracomunali (acqua, rifiuti, turismo, ecc.). Di conseguenza, se noi togliamo le province, chi svolgerà queste funzioni? La verità è che corriamo il rischio di togliere 110 province e ritrovarci con 330 consorzi comunali.

Cosa bisognerebbe fare dunque?