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FINANZA E POLITICA/ Il realismo (di Squinzi e Monti) al potere

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Giorgio Squinzi (Infophoto)  Giorgio Squinzi (Infophoto)

Se Giorgio Napolitano, oggi, incaricasse Giorgio Squinzi di formare un governo, è molto probabile che l’Italia lo avrebbe in poco tempo. E che il patron della Mapei - temporaneamente in servizio alla presidenza di Confindustria - raccoglierebbe consensi preventivi probabilmente superiori a quelli che giungerebbero in Parlamento. Può sembrare curioso che - al tramonto dell’era del premier-imprenditore di Arcore - sia un altro imprenditore lombardo a fare da suggeritore al premier-bocconiano: ma tanto è stato. Lo sblocco dei pagamenti della Pubblica amministrazione alle imprese - deciso ieri dal Consiglio dei ministri presieduto da Mario Monti - è un uovo di colombo: ma bisognava pensarci, dirlo (con decisione e ripetutamente), costruire il consenso dentro e fuori il Paese (Squinzi a Bruxelles ha non meno amici di Monti); proporre il modo giusto per appiattire con accortezza il fondo dell’uovo e farlo stare in piedi (“il magic number” di 40 miliardi di euro dilazionati in due anni).

Bisognava, soprattutto, coniugare il realismo tecnico con il coraggio politico tenendosi lontani dalla logora riedizione della “fantasia al potere” che viene proposta dal grillismo. Ci voleva un imprenditore rigorosamente non quotato in Borsa per incalzare il premier-tecnocrate a non subire passivamente l’austerity-cerino imposta del ruvido gioco geopolitico iniziato con il crac di Lehman Brothers: chi paga i conti ultimi del falò della finanza egemone e autoreferenziale? Un imprenditore italiano - investitore-manager di una multinazionale - che ha sempre sostenuto che l’Azienda-Italia non poteva essere obbligata a pagare conti non  suoi. Che gli squilibri della finanza pubblica - anzitutto nell’interesse della stessa Azienda-Italia - non potevano mettere in crisi gli equilibri delle imprese private: né di quelle industriali, né di quelle bancarie.


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