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IL CASO/ Il declino di Ingroia e il granchio di Travaglio

Pubblicazione:domenica 24 marzo 2013

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Il reintegro è in qualità di giudice, poiché non può svolgere il ruolo di pubblico ministero per cinque anni, al termine dei quali potrà, inoltre, chiedere il trasferimento di sede. La decisione ora spetta al plenum del Csm, che dovrà valutare il voto della terza commissione, e a Ingroia, che dovrà scegliere se accettare l’incarico (e dimettersi da Rivoluzione Civile pena un altro provvedimento disciplinare) oppure lasciare la toga e dedicarsi alla vita politica.

Ingroia è stato anche al centro dell’incontro “Dalla toga alla politica” svoltosi venerdì nella Sala Napoleonica dell’Università degli Studi di Milano, dove Nicolò Zanon – membro laico del Csm – e Vittorio Borraccetti – membro togato –, hanno dialogato insieme alla professoressa Villata e al professor Vigevani sulla normativa vigente e su proposte di riforma dell’ordinamento. Per Borraccetti, l’indagine sulla presunta trattativa Stato-mafia è stata costruita «più mediaticamente che giuridicamente» e Zanon ha criticato la scelta di averla abbandonata per rincorrere con un atteggiamento «pretestuoso» l’incarico ricevuto in Guatemala. Il giudizio comune dei due membri del Csm è che alcuni episodi che hanno coinvolto Ingroia e anche Pietro Grasso siano da annotare quantomeno come frutto di una deontologia professionale non sempre perseguita correttamente.

La parabola del magistrato di Palermo sembra giunta a un punto cruciale, mentre i giorni si susseguono e il terreno sotto i suoi piedi si fa sempre più instabile. Il bivio lascia ancora aperte le due strade, ma il tempo stringe la morsa tra l’iter del Csm e una rivoluzione lontana dal sol dell’avvenire.



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