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IL CASO/ Il declino di Ingroia e il granchio di Travaglio

La terza commissione del Csm, dovendo procedere d’ufficio in mancanza di una decisione da parte del diretto interessato, ha deciso di spostare Ingroia ad Aosta. LUCA MAGGI

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Caro direttore, 

Si era dichiarato «sereno», cercando di stemperare la tensione che lo avvolgeva dalla richiesta di provvedimento disciplinare inviata al Csm dal ministro Severino: Rivoluzione Civile è collassata sotto il peso del bagno di democrazia di febbraio, che hanno rivolto alla formazione arancione appena il 2,25% alla Camera e un risultato ancora più esile al Senato. E dopo la mazzata elettorale, Ingroia ha visto cedere la terra sotto i piedi, mentre continua tuttora a rimandare la decisione sul suo futuro, in bilico tra la toga e la tribuna politica; intanto ha dovuto incassare le dure critiche di molti sostenitori del suo partito, anche quella del sindaco di Napoli De Magistris, in prima linea dall’inizio per sostenere la candidatura del leader: «Ha candidato persone espressione della vecchia politica» e «non ha rappresentato il cambiamento vero».

L’azione disciplinare riguarda le dichiarazioni rilasciate il 10 e l’11 marzo sulla sentenza di assoluzione di Dell’Utri, emessa dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione, contro cui Ingroia aveva scagliato una critica pesante, affermando di avere la «sensazione che la sentenza e il dibattito che strumentalmente ne sta scaturendo rientrino in quel processo di continua demolizione della cultura della giurisdizione e della prova che erano del pool di Falcone e Borsellino».

In fondo, è possibile che un magistrato indaghi sulla trattativa Stato-mafia generando un polverone mediatico dietro un trucco senza reato, intercetti il presidente della Repubblica e faccia scoppiare una guerra mediatica fra Repubblica e Fatto Quotidiano, definendo la rottura tra Pd e Idv. Ed è possibile che, nel bel mezzo dell’inchiesta, parta per il Guatemala per sconfiggere il crimine che serpeggia e che torni dopo poco più di un mese, abbandonando una missione dell’Onu e giocando parte della credibilità del paese. O meglio, è possibile se torna per candidarsi e levarsi dalle aule di tribunale, almeno per qualche anno. Anzi, è possibile anche abbonare a Ingroia una sanzione disciplinare, purché lasci la toga nel cassetto per un valzer quinquennale a Montecitorio. Se però le elezioni lasciano il rivoluzionario a piedi – o tra i piedi –, forse è possibile che, tra comizi rossi, tensioni mediatico-istituzionali, Corte costituzionale nell’occhio del ciclone, missioni Onu abbandonate, elezioni sotto il segno della legalità e una rivoluzione affondata (molto civilmente), qualcuno voglia quantomeno evitare che l’immagine del sistema giudiziario possa essere compromessa senza conseguenze.

L’altro ieri la terza commissione del Csm, dovendo procedere d’ufficio perché l’aspettativa era scaduta l’11 marzo scorso senza che Ingroia rinunciasse alla leadership di Rivoluzione Civile o alla toga, ha deciso di spostarlo ad Aosta, nell’unica regione in cui non si era candidato in lista, perché la legge vieta che un magistrato torni subito a giudicare o a espletare funzioni requirenti nel luogo della propria candidatura.